Un ex Pallone d’Oro rompe il silenzio e chiama le cose col loro nome. Una voce che ha visto spogliatoi, finali e stanze dei bottoni, ora punta il dito sul vertice del calcio mondiale. Non per nostalgia, ma per una certa idea di campo, rispetto e futuro.
Quando un campione come Luís Figo scrive una lettera di protesta pubblica, il calcio ascolta. Non è la polemica del giorno. È un colpo sul tavolo, lanciato su un quotidiano inglese come il Daily Mail, con un messaggio semplice e scomodo: il sistema ha perso l’orientamento. E chi lo guida, Gianni Infantino, deve assumersi la responsabilità.
Parliamo di Fifa e di scelte che toccano tutti. Dal calendario pieno fino all’ultimo minuto, all’espansione dei tornei che promette spettacolo ma rischia di logorare i protagonisti. Chiunque segua una stagione intera lo sente sulla pelle: partite ogni tre giorni, viaggi infiniti, zero respiro. I dati sugli infortuni muscolari negli ultimi anni mostrano un aumento sensibile dopo stagioni compresse, mentre i club faticano a gestire carichi e recuperi. Non è solo stanchezza: è un patto sportivo che scricchiola.
Figo non è nuovo al tema. Nel 2015 provò a correre per la presidenza. Conosce il perimetro, sa come nascono le decisioni. Eppure, ha scelto il registro più diretto: parlare ai tifosi, senza codici interni. È lì che la sua lettera diventa detonatore.
La lettera che fa rumore
Il cuore del testo è netto: secondo Figo, Infantino «ha perso la dignità» e «deve lasciare la Fifa per salvare il calcio». Parole pesanti, che inchiodano a tre nodi concreti: la spinta a moltiplicare le competizioni, dal Mondiale a 48 squadre al nuovo Mondiale per club a 32, la distanza emotiva tra chi decide e chi guarda le partite la domenica, la credibilità di un’istituzione che dovrebbe tenere insieme interessi diversi senza piegarsi al più forte.
Le critiche non arrivano nel vuoto. Nel 2023 Infantino è stato rieletto senza opposizione: mandato fino al 2027. Nel frattempo, il percorso verso il 2030 e il 2034 ha acceso discussioni: sede multipla per il centenario, candidature accelerate e un equilibrio geopolitico sempre più evidente. Tutto regolare a norma di statuto, certo. Ma la domanda resta: è la strada giusta per tifosi e giocatori?
E adesso?
Cosa può accadere, oltre alla tempesta mediatica? Sul piano formale, cambiare guida in Fifa passa dal Congresso e da volontà politiche che raramente si muovono di scatto. Più realistico, intanto, è pretendere trasparenza: impatto del calendario sui carichi di lavoro, criteri di assegnazione dei tornei, redistribuzione vera verso le basi del movimento. Non sono dettagli da addetti ai lavori. Sono i mattoni dell’affetto che il calcio chiede ogni giorno a chi paga biglietti, abbonamenti e notti insonni.
Dico la mia. L’immagine che mi torna è semplice: un bambino con l’album delle figurine, schiacciato da tre estati di tornei uno dopo l’altro. Bello, sì. Ma quando tutto è speciale, niente lo è davvero. Se una voce come Figo alza il volume, non è solo per nostalgia. È per ricordarci che il calcio ha bisogno di misura, di governance che non si vergogni della parola limite, e di una leadership che sappia dire qualche no. La palla, ora, è nel cerchio di centrocampo: chi ha il coraggio di giocarla in avanti, senza buttarla via?

