Una città che si ferma, una chiesa piena, un nome sussurrato con rispetto. L’addio a Ciro Femiano non è solo il saluto a un uomo del calcio. È la resa dei conti con ciò che resta quando lo stadio si svuota: gesti, sguardi, fedeltà. Ad Acireale, questo dolore ha il suono delle panchine che scricchiolano e degli abbracci lunghi, senza parole.
Acireale dice addio a Ciro Femiano, storico dirigente napoletano, acese d’adozione. La chiesa gremita parla da sola. I presenti arrivano in silenzio. Ci sono tifosi, ex compagni di spogliatoio, volti noti del calcio siciliano e campano. Nessuna passerella. Solo rispetto. Si sente il respiro della città che stringe il cerchio.
Gli interventi commossi evitano retorica. Ricordano un dirigente dal passo discreto. Uno che sapeva farsi trovare dietro la porta dello spogliatoio prima delle partite, per ascoltare e non per comandare. Molti lo descrivono come un ponte. Tra Napoli e Acireale. Tra campo e scrivania. Tra giovani e veterani.
Ciro Femiano non è nato qui, ma qui ha messo radici. Lo dicono le storie che girano tra i bar intorno al campo. “Passava presto”, “faceva due telefonate di troppo per un ragazzo in difficoltà”, “sapeva cambiare aria allo spogliatoio con una battuta”. Sono ricordi non sempre verificabili, certo. Ma tornano simili, da voci diverse. E il coro, alla fine, fa testo.
Il calcio ad Acireale ha una storia viva. La città ha respirato stagioni intense, tra Serie C e D, con salite e discese che tutti qui ricordano bene. In questo movimento, un dirigente affidabile diventa argine. Non va in prima pagina. Ma quando la settimana si complica, è lui che tiene insieme i pezzi. Chi conosce il calcio dei territori lo sa: è un mestiere di equilibri. E di telefonate notturne.
I funerali di oggi hanno rivelato una cosa spesso ignorata. Il calcio vive di luci, ma regge sulle ombre di chi lavora dietro. Dirigenti, magazzinieri, fisioterapisti. Volti che non si vedono nei titoli, ma che formano comunità. Qui si è sentito forte: senza questi tasselli, una società si sfalda. Con loro, diventa più grande della somma dei nomi.
Non serve trasformare Ciro Femiano in un’icona. Lui, raccontano, avrebbe preferito il basso profilo. Meglio così. Restano i suoi metodi. Le piccole abitudini che costruiscono fiducia: una telefonata il lunedì, un messaggio quando nessuno guarda, una stretta di mano che responsabilizza più di mille discorsi.
All’uscita, la commozione non si disperde. Si mischia al rumore delle strade. Ci si saluta piano. Qualcuno promette di passare presto al campo. È lì che certe eredità prendono forma. In una convocazione fatta bene. In una panchina più serena. In una zona d’ombra dove, a un certo punto, si accende di nuovo la luce.
E domani? Forse tutto ripartirà da un dettaglio: una porta socchiusa, una voce che dice “stasera parliamo”. È in quel varco che si misura il senso di un addio. Chi lo attraverserà, con la stessa calma di Ciro, saprà fare del calcio una casa e non solo un risultato. E noi, sulle tribune, sapremo riconoscerlo?
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