Una telefonata da Washington, un corridoio a Zurigo, un’idea che accende i bar: e se l’Italia finisse davvero al Mondiale al posto dell’Iran?
Manca un mese all’apertura del Mondiale tra Stati Uniti, Canada e Messico. Il calendario è pronto, le città sono tirate a lucido, le narrazioni pure. In mezzo, spunta Paolo Zampolli, personaggio discusso e influente nell’orbita trumpiana.
Dice di aver fatto pressione su Gianni Infantino: se l’Iran non si presentasse, l’Italia – quattro Coppe del Mondo, peso specifico enorme – avrebbe “i requisiti giusti” per subentrare. È una frase che corre veloce. Soprattutto perché tocca corde identitarie: l’azzurro, la gloria passata, la voglia di esserci.
Prima di arrivare al sì o al no, una cosa va detta. A oggi, non c’è alcuna conferma ufficiale di un canale aperto tra FIFA e FIGC su questo scenario. Lo stesso Infantino ha fatto sapere che l’Iran “parteciperà”. Eppure, il dubbio resta nell’aria: contano più le carte o le relazioni? Più il merito o l’immagine?
Il regolamento delle competizioni è chiaro su un punto: in caso di ritiro o esclusione di una squadra già qualificata, decide il Comitato Organizzatore della FIFA. Non esiste un automatismo che promuove la “più alta nel ranking FIFA” tra le escluse. La prassi, quando possibile, tutela gli equilibri tra Confederazioni: un posto AFC che si libera tende a essere riassegnato dentro l’AFC, attingendo a spareggi o graduatorie interne. L’UEFA c’entra poco. Tradotto: il pass non si sposta per prestigio o audience, ma per criteri sportivi e di distribuzione geografica.
Esistono precedenti di ripescaggi clamorosi? Sì, ma in contesti diversi. Il caso più noto è l’Europeo 1992, con la Danimarca al posto della Jugoslavia. Nel Mondiale, quando una nazionale si è ritirata, la FIFA ha quasi sempre rimodellato gironi o attinto dalla stessa Confederazione. È un pezzo di storia che raffredda sogni creativi: le “wild card” non appartengono all’architettura attuale del torneo.
E l’Italia? Resta una potenza calcistica, con una cultura tecnica riconosciuta e un valore di brand altissimo. Ma il valore simbolico non è una clausola contrattuale. Nemmeno il blasone delle “4 stelle” può piegare un regolamento che la FIFA difende per evitare precedenti ingestibili.
Qui entrano politica e percezione. Zampolli evoca “business, business, business”: negli Stati Uniti il calcio vive una crescita forte, e avere l’Italia in palinsesto sposterebbe sponsor, televisivi, biglietteria. È un ragionamento realistico sul piano mediatico. Sul piano istituzionale, però, pesano credibilità, parità di trattamento, coerenza sportiva. Anche per questo, al momento, non c’è traccia di un percorso formale che porti gli Azzurri ai blocchi di partenza.
Resta l’emotività. “Andremmo da imbucati?” La domanda spacca i salotti e li unisce, allo stesso tempo. Perché l’azzurro è appartenenza, non algoritmo. E se davvero, all’ultimo, si aprisse uno spiraglio? C’è chi dice sì, per il desiderio di esserci. C’è chi dice no, per rispetto del campo.
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