Una panchina scelta in ventiquattr’ore, una città che passava dalla sfiducia alla gioia, una squadra che ha ritrovato il suo passo. Il “fenomeno” Cristian Chivu ha riportato l’Inter a quel misto di fame e calma che fa la differenza quando la posta è massima.
A fine maggio 2025 l’aria a Milano era pesante. L’Inter aveva visto svanire in fila tre traguardi. Poi l’addio di Simone Inzaghi, due finali di Champions League alle spalle e un credito enorme con i tifosi. Serviva un nome, subito.
In quel vuoto, Beppe Marotta ha pescato il coniglio dal cilindro: Chivu. Chi ha avuto l’intuizione, mesi prima, di farlo ripartire da Parma, merita un applauso. Lì si erano già viste le stimmate: squadra corta, idee pulite, leadership quieta.
Il contesto non era semplice. Spogliatoio pieno di senatori da gestire e ragazzi da rimettere in fiducia. Un Mondiale per club alle porte. E una tifoseria che voleva risposte, non promesse. Chivu ha posato il rumore fuori dalla porta. Ha chiesto cose chiare. Ritmo medio alto, linee compatte, transizioni già preparate in uscita. Il resto è venuto da sé.
In Coppa Italia, onestamente, l’Inter partiva strafavorita. Lo dicevano i valori, lo diceva l’abitudine a certe notti. In stagione, contro l’avversaria di finale, le due gare di campionato erano finite 2-0 e 3-0. La chiusura con un 7-0 complessivo racconta la stessa storia: zero fronzoli, tanta sostanza. Gli uomini chiave non hanno tradito. Lautaro ha inciso. Dumfries ha allargato il campo. In mezzo, Barella ha tenuto acceso il motore. Dietro, letture pulite e pochi rischi.
Qui sta il punto. Al primo anno, Chivu firma il doblete. Scudetto più Coppa Italia. Nemmeno José Mourinho c’era riuscito al debutto: 2008-09 solo scudetto, poi l’anno dopo il Triplete.
Nella storia nerazzurra, la doppietta era uscita dal mazzo nel 2005-06 con Roberto Mancini (scudetto assegnato “postumo” dopo Calciopoli) e nel 2009-10, anno del Triplete. Con Chivu, fa tre. E porta un nuovo strappo nel derby infinito: 21-19 sugli scudetti, 10-5 nelle Coppe Italia, 3-0 nelle doppiette stagionali. Dati che si possono contestare solo col tempo, non con le parole.
La cornice nazionale, poi, pesa: il Milan non ha mai centrato la doppietta nella stessa stagione, nemmeno negli anni più luminosi. La Juventus l’ha firmata sei volte, quattro nel primo quinquennio di Massimiliano Allegri (2015-2018) e due in epoche diverse (1959-60 e 1994-95). A quota una ci sono il Grande Torino del 1943, il Napoli di Maradona nel 1987 e la Lazio di Eriksson nel 2000. Un club ristretto, che spiega il valore dell’impresa.
Non è stata una marcia senza macchie. L’uscita dalla Champions contro il Bodo Glimt brucia e dovrà diventare lezione. Anche il futuro chiede mani ferme: rinnovo dell’ossatura, qualche addio pesante da gestire, due-tre innesti di livello per restare in alto. Le certezze però oggi superano i dubbi. Squadra corta, principi riconoscibili, giocatori dentro il piano gara. E un tecnico che non alza la voce, ma alza il livello.
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