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Juve in Crisi: Come Vincere con 10 Dirigenti e 6 Allenatori Cambiati in 6 Anni?

Allo Stadium il brusio arriva prima del fischio d’inizio. È il suono dell’attesa sospesa: la stessa che accompagna una squadra che ha cambiato troppo, troppo in fretta, e ora cerca un centro che non trova più.

Juve in crisi: come vincere con 10 dirigenti e 6 allenatori cambiati in 6 anni?

L’ultimo scudetto lo ha firmato Maurizio Sarri nel 2020. Da lì in poi, la panchina è diventata una porta girevole: Sarri, Pirlo, il ritorno di Allegri, un breve interim e poi Thiago Motta. I numeri oscillano: fra cinque e sei cambi, a seconda di come si contano gli interim. In società, la giostra non è stata più lenta. Tra presidente, amministratori delegati, responsabili dell’area sportiva e dirigenti di primo livello, si contano diversi avvicendamenti dal 2020 a oggi. Il totale preciso dipende da che ruoli si includono, ma la sostanza non cambia: tanta instabilità.

E qui sta il punto che di solito non si dice subito. Il problema non è solo “chi allena”. È “chi decide, come decide, e per quanto tempo resta a farlo”. Quando il vertice cambia spesso, il progetto tecnico si spezza. Ogni nuovo ciclo chiede nuovi giocatori, nuove idee, nuove priorità. Nel frattempo, la squadra paga il conto.

Esempi concreti? Gli acquisti a rendimento altalenante non sono pochi. L’operazione Arthur-Pjanic ha lasciato scorie sportive e narrative. Il ritorno di Pogba è stato travolto dagli infortuni e dalla squalifica. L’investimento su Vlahovic ha senso oggi solo dentro un sistema che lo alimenti con costanza. Cristiano Ronaldo, andato via nel 2021, ha lasciato un vuoto di gol e una riorganizzazione fatta in corsa. In panchina, i dettami sono cambiati spesso: costruzione dal basso, poi prudenza, poi di nuovo pressing e principi proattivi. La squadra ha reagito a strappi, non a tappe.

La buona notizia è che non tutto è andato perso. La Next Gen ha portato su ragazzi veri: Fagioli, Miretti, Iling, Yildiz. Gente che corre e tiene il pallone. Ci sono state serate pesanti, ma anche una Coppa Italia che ha ricordato a tutti come la Juve sappia ancora stringere i denti. E il 2023-24, con il ritorno in Champions, ha stabilizzato il piano di volo. Poca poesia, molta resilienza.

La giostra dei vertici

Dopo la fine del ciclo lungo di Agnelli-Marotta-Allegri, la governance si è rimontata più volte. Hanno lavorato Paratici, poi Cherubini; è arrivato Giuntoli a rifare la linea sportiva; il CdA è cambiato; il management si è ricalibrato. Ci sono state inchieste, sanzioni sportive, un’assenza dalle coppe europee per un anno, e perdite a bilancio su più esercizi consecutivi. Sono fatti verificabili. Il numero esatto dei “dieci dirigenti” varia in base ai ruoli considerati, ma il segnale è chiaro: la direzione ha cambiato mano spesso.

Che cosa serve adesso

La risposta breve è questa: identità prima dei nomi. Una cultura di club che non dipenda dall’umore del weekend. Tre mosse, semplici da dire, dure da fare:
Unità di comando: una catena decisionale corta e pubblica. Chi decide cosa sul mercato e sul campo.
Continuità tecnica: stesso impianto per tre stagioni, con correzioni piccole e mirate.
Meritocrazia interna: fiducia reale nei giovani, contratti sostenibili, profili funzionali alle idee dell’allenatore.

Thiago Motta porta principi chiari e un calcio leggibile. Ma senza un perimetro stabile, la sua lavagna resta gessetto sull’aria. La Juventus ha ancora mezzi, pubblico e memoria. La domanda è se avrà anche pazienza. Perché puoi cambiare sei allenatori in sei anni, persino dieci dirigenti. Ma la partita che conta si vince quando smetti di cambiare strada a ogni curva. E decidi, finalmente, dove vuoi arrivare. Dove vuole arrivare davvero questa Juve?

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