L’ex interista Julio Cesar parla del mercato nerazzurro e delle ambizioni della squadra allenata da Spalletti.

«Ma sono già sicuri?». Julio Cesar non nasconde sussulti di interismo: emergono qua e là, «ed è una bella malattia». Lui la chiama così. Sono passati più di cinque anni fra Inghilterra, Canada e Portogallo, ma i sette passati alla Pinetina li sente tutti dentro. Almeno quanto la nostalgia che traspare ogni tanto. Anche in quella domanda: «Ma sono già sicuri?». Lisandro Lopez, Ramires e Rafinha. L’eco dei rinforzi invernali dell’Inter è arrivata fino a Lisbona. Capita,con una parabola direzionata anche sull’etere italiano.

E’ saudade di quello che ha vissuto da nerazzurro, e di tuffi sull’erba. Un mese e mezzo fa Julio Cesar ha lasciato il Benfica, ma per il momento non il calcio giocato. Si è dato ancora un po’ di tempo: se nessun altro gli chiederà di acchiappare sogni, dirà addio. Intanto legge, ascolta, si informa. Lavora nel mondo che resterà il suo, a prescindere: questo sì che lo sa già. E ricorda, pescando anche nella memoria di calcio condiviso.

Gli uomini in arrivo sul pianeta Inter sono un argentino fresco ex compagno di squadra nel Benfica, Lisandro Lopez, e due brasiliani che conosce bene. Soprattutto uno, Ramires. Passato anche lui da Lisbona proprio mentre Julio Cesar stava annusando odore di Triplete. Anche lui nella Seleçao che vinse la Confederations 2009 e inciampò nei quarti al Mondiale 2010 e in semifinale in quello del 2014.

benfica julio cesar

Julio Cesar, di Ramires può raccontare vita, morte e miracoli…

«Più del giocatore che della persona. Ramires è un po’ il mio contrario. Ragazzo timido, molto introverso, che ama parlare poco. Ma alla fine ho capito che è la sua forza: molti fatti e poche parole, nel calcio spesso va benissimo».

Parliamo del giocatore, allora.
«Un animale, in senso buono. E’ un po’ che non lo vedo giocare, ma il centrocampista che ricordo io ce l’avevi sempre addosso e lo trovavi ovunque. Perché non si stancava mai. Nella nostra nazionale era quello che correva di più, almeno 11­12 chilometri a partita. Magari adesso ne farà qualcuno in meno, ma l’esperienza lo fa sicuramente correre meglio. Anzi, anche meglio».

E di esperienza dovrebbe averne da vendere
«Ramires è “nato” nel Cruzeiro, che in Brasile non è un club qualunque. E poi ha giocato nel Benfica e nel Chelsea, oltre che un sacco di partite nella Seleçao. Una carriera così ti regala carisma, ti fa diventare leader. E ai leader non serve parlare tanto: se hai bisogno che ti diano cento ti danno centodieci, loro parlano così».

E’ andato troppo presto in Cina?
«Magari sì, ma lo diciamo adesso, a posteriori: come fai a giudicare da fuori scelte così? Conta il momento in cui si decide. E nessuno può sapere cosa ci fosse nella testa, o nella vita, di Ramires nel momento in cui i cinesi si sono fatti vivi. Ma se adesso torna in Europa, di sicuro è perché ha ancora qualcosa da dare. Qualcosa che può aiutare l’Inter».

In che ruolo?
«Questo lo sa Spalletti. Io so che Ramires mi ha sempre impressionato per una cosa. Usa i polmoni con la stessa facilità in fase difensiva e fase offensiva. Dunque può stare sia davanti alla difesa che più avanti».

L’eroe del Triplete presenta i prossimi colpi nerazzurri

Dove starà Lisandro Lopez invece si sa già
«Ecco, lui è il contrario di Ramires. Dunque ­ a parte il campo ­ di sicuro si farà sentire in un altro posto: nello spogliatoio. Lui è un uomo spogliatoio. Bravissimo ragazzo, gli piace ridere e sa andare d’accordo con tutti».

Per questo siete buoni amici?
«Io e lui scherzavamo un sacco. Arrivavo all’allenamento, facevo finta di non salutarlo e lui faceva finta di incazzarsi. “Guarda che io non sono Zanetti, Cambiasso o Milito: adesso nel tuo spogliatoio ci sono io, devi salutarmi”. Mi fa effetto. Adesso alla Pinetina entrerà lui, ma sono sicuro che si inserirà in fretta. E lo chiamerò presto per dirgli in bocca al lupo».

Ci sono anche un sacco di foto in cui vi abbracciate
«Per forza, era un nostro rito: dopo ogni gol del Benfica lui mi veniva incontro e ci abbracciavamo».

Difficile che capitasse dopo un suo gol
«Pochi, ma più di una volta importanti. Ne ricordo uno per vincere in casa del Porto. Ma il
suo mestiere è un altro: difensore tosto, solido, affidabile. Spero che lui e Miranda possa no rifare insieme quello che hanno fatto Samuel e Lucio».

Ma dovrà vedersela con Skriniar
«Che è molto forte, ma è giovane: da Lisandro potrà imparare cose che gli saranno utili».

Ma perché stava giocando così poco nel Benfica?
«E perché io non giocavo più? Nel calcio va così. Ogni allenatore fa le sue scelte. Ma anche se giocava poco, noi sapevamo che Lisandro c’era, si sentiva. E proprio perché si sentiva ancora importante, credo avesse la consapevolezza di poter giocare ancora. E di dover accettare un’altra sfida».

E per Rafinha che sfida può essere?
«Non siamo mai stati in squadra insieme, dunque lo conosco appena. Però non faccio fatica a immaginare che uno con il suo talento non ne potesse più di giocare qualche volta sì e qualche volta no».

Parliamo del suo talento?
«Non serve che lo descriva io. Piede brasiliano, tecnica pura. Non so dove giocherà, ma ovunque Spalletti deciderà di metterlo, porterà un po’ di magia da centrocampo in su».

Quella che serve all’Inter?
«L’Inter sta facendo bene. Non bisogna dimenticare che è una squadra nuova con un allenatore nuovo. Ma bravo, un martello. L’Inter deve considerare una fortuna averlo in panchina. Me la ricordo bene la sua Roma. Che fosse in campionato, in Coppa Italia, in Supercoppa italiana, sbucava sempre fuori a romperci le scatole».

Sembrava che Spalletti potesse rompere le scatole anche quest’anno: con l’Inter, alla Juve e al Napoli.
«L’Inter deve pensare a tornare in Champions League. Io tifo per questo. Per lo scudetto c’è tempo: giocare in Champions è il trampolino per tutto».

E dal suo trampolino c’è tempo per un ultimo tuffo o dobbiamo considerare definitive le sue lacrime di fine novembre, quando ha chiuso il contratto con il Benfica?
«Mi sono dato un termine: fine gennaio. C’è qualche discorso in ballo, sto aspettando. Non vorrei lasciare il calcio così, con un addio al Benfica mio malgrado. Ma se entro questa sessione di mercato non arriverà una proposta che mi interessa, lascerò il calcio giocato definitivamente. Ogni cosa ha il suo tempo. E c’è sempre tempo per sognare altro».

Fonte: La Gazzetta dello Sport