Stasera il Milan giocherà ad Atene, città inevitabilmente entrata nella storia dei rossoneri per la vittoria di finale di Champions. Ne ha parlato l’autore della doppietta di quella sera del 2007, Filippo Inzaghi, ai microfoni della Gazzetta dello Sport. Ecco le sue dichiarazioni

Filippo Inzaghi, che effetto le fa vedere il Milan tornare in quello stadio?
«Quando penso all’Olimpico penso a qualcosa di straordinario. Io non ci sono più tornato, anzi non sono proprio più tornato ad Atene e mi auguro di poterlo fare, ovviamente da allenatore. Sarebbe una grande emozione. Mi auguro che l’Olimpico sia di buon auspicio per il Milan e che da lì possa ripartire per tornare in alto».

Dieci anni fa la finale di Champions, stavolta la fase a gironi di Europa League: meglio evitare i paragoni…
«L’habitat naturale del Milan è la Champions, ma il presente impone di ripartire e se il presente si chiama Europa League occorre affrontarla a testa alta senza fare gli schizzinosi. E poi ha deciso tutto la classifica, no? Tra l’altro questa Europa League mi fa fare un sogno».

Ce lo racconti.
«Una finale Milan-Lazio, che coinvolgerebbe i miei affetti familiari e calcistici: mio fratello e il Milan. Sarebbe il massimo».

Secondo lei i rossoneri potrebbero arrivare in fondo?
«Sì perché hanno un organico importante e quindi occorre quantomeno provarci. Anche se quando si cambia molto comunque serve tempo».

Ora però torniamo a quel 23 maggio di dieci anni fa. Che ricordi ha dell’Olimpico?
«Mi è rimasto impresso il campo, davvero bello. E il tunnel che porta al campo. Non finisce mai, ci vuole una vita per sbucare fuori. E poi gli spogliatoi, grandissimi. Ma credo che una finale di Champions amplifichi tutte le sensazioni… In realtà non mi piacciono gli impianti con la pista di atletica, mi piace sentire la gente addosso, ma per me è e resterà lo stadio più bello del mondo».

Ci dia qualche flash di quella notte.
«L’invasione di campo di mio papà e mio fratello, il taglio della torta con Berlusconi, la coppa che ho portato dagli spogliatoi al pullman e… anche il rammarico per non averci dormito insieme (ride, ndr). Beh, dormire in realtà è una parola grossa. La prima notte ho dovuto prendere un sonnifero e nelle successive dieci, giuro che non sto scherzando, non ho proprio dormito. Mi svegliavo di continuo pensando sempre di sognare. Poi vedevo sul comodino la targa vinta come miglior giocatore della partita e capivo che era tutto vero. A quella targa tengo da morire: tempo fa mi hanno rubato in casa a Milano ed è stata la prima cosa che ho cercato. Potevano prendermi tutto, ma non quella. Per fortuna non l’avevano presa».

Tra l’altro lei era in ballottaggio con Gilardino e non era sicuro del posto.
«Beh, in realtà il giorno prima Ancelotti mi prese da parte e mi disse: “Non ho dubbi, giochi tu”. Però non stavo bene, ero mezzo stirato e quindi avevo addosso una pressione enorme. Pensavo: se nella prima ora di gioco non riesco a combinare nulla, mi aspetta una sostituzione inevitabile».

In vigilia successe anche un’altra cosa…
«Stavo pranzando, quando mi chiamarono al telefono. Era Berlusconi. Non ricordo con esattezza se mi pronosticò che avrei fatto due gol, o se mi fece promettere che li avrei fatti. So solo che successe. Pazzesco».

Ci racconti i gol.
«Il primo è stata fortuna. Il secondo credo sia l’emblema di tutta una carriera. Non ho mai esultato così, mai provato un’emozione del genere, sono stato a un passo dal piangere, ma non potevo perché bisognava ancora giocare».

Montella invece rischia di piangere per altri motivi.
«Con Vincenzo ci siamo giocati la classifica marcatori nel 1996-97, io giocavo a Bergamo e lui alla Samp. Alla fine la spuntai io. Siamo anche stati compagni in Nazionale, gli auguro il meglio».