“Testa, cuore, forza” – Elogio a Valon Behrami, gladiatore del centrocampo

| 23/08/2017 18:07

A cura di Armando Fico

Valon Behrami è tornato ufficialmente in Italia dopo tre anni da ramingo trascorsi tra Amburgo e Watford. A riportarlo in Serie A, dove ha lasciato una traccia importante con Hellas, Lazio, Fiorentina e Napoli, ci ha pensato l’Udinese, che ha scelto lui per rinforzare gli ormeggi in mediana.

Del “valoroso Valon“, come fu ribattezzato a Napoli, sono infatti proverbiali forza e resistenza fisica, caratteristiche che gli consentono di spadroneggiare in lungo ed in largo lì dove il gioco nasce e ogni trama trae origine: il centrocampo. Solo che Behrami, piuttosto che costruire, predilige rompere la manovra di gioco avversaria frapponendosi in qualsiasi direzione del campo ove essa possa svilupparsi. Un onnipresente frangiflutti, uno che le penne d’altri tempi avrebbero definito cagnaccio rognoso, di quelli che ti ritrovi incollati addosso in marcatura come un’ombra, lì pronto a toglierti respiro, pallone e tempo della giocata.

Ma ridurre Behrami semplicemente al rango di “giocatore forte fisicamente” o “mastino” è quasi un’offesa. A suo modo, infatti, Behrami, pur non avendo i piedi di Kroos o l’eleganza di Modric piuttosto che la spettacolarità di Cristiano Ronaldo o Lionel Messi, è un calciatore in grado di esaltare tifosi ed appassionati perché incarna come pochi ancora il senso profondo di libertà del gioco del calcio.

Behrami presentato all’Udinese

“Testa, cuore, forza”

Derby Lazio-Roma del 2008. Col risultato piantato sul 2-2 a recupero inoltrato, su una palla scodellata alla disperata in area giallorossa da Mauri si avventa come un falco (o meglio, un’aquila) Valon Behrami. Di corsa, dritto per dritto, determinato quasi come se da quel pallone dipendessero le sorti dell’universo intero, arriva lui, segna, ed in un’unica grande corsa abbraccia tutto l’Olimpico di fede biancoceleste.

Lo stadio è un delirio totale, tra la frenesia laziale (da cui non scampa nemmeno il composto Delio Rossi, che alla Carletto Mazzone corre ad esultare sotto la Nord) e lo scoramento dei poveri tifosi romanisti. Nel bel mezzo dell’ennesima deflagrazione irreversibile del derby di Roma, però, Behrami trova la lucidità e l’attimo giusto per dire a tutti “testa, cuore, forza” – indicandosi contemporaneamente le parti del corpo corrispondenti: capo, petto, bicipite.

All’epoca, nella Lazio era ancora impiegato come esterno a destra, ma quella formula magica formata da appena tre parole, risuonerà più in là negli anni nella testa di chi – quando troverà la sua dimensione di mediano – lo etichetta solo come giocatore di quantità senza riuscire a guardare oltre la monodimensionalità del ruolo. Behrami è infatti in primis un calciatore dalla lucidità e distacco quasi imbarazzanti, che a dispetto di un’irruenza di stile di gioco riesce a tenere a bada i nervi in ogni occasione. Tant’è che le espulsioni dirette sono in totale solo 3 in tutta la carriera, un dato che parla da solo e che restituisce un’immagine veritiera, plastica, della lealtà dell’uomo Valon in mezzo al campo.

Capovolgere l’azione

Che venga schierato sull’esterno come agli inizi o in mezzo al campo come mediano, ciò che non cambia nel modo di giocare di Behrami è quell’innata tendenza a frapporsi a mo’ di scudo tra l’azione avversaria e la propria porta. Sarà stata questa caratteristica, unitamente al sacro fuoco dell’agonismo, a far intravedere agli allenatori la possibilità di schierarlo a centrocampo davanti alla difesa. Ma ciò che stupisce è ancora una volta l’atteggiamento con cui difende: come in occasione del gol contro la Roma, ogni suo intervento pare concepito come se fosse lui l’ultimo baluardo difensivo e per giunta in inferiorità numerica. Insomma, la maggior parte dei suoi interventi sono tanto in apparenza disperati quanto in concreto efficaci.

Qualunque sia la situazione di gioco, però, Behrami è uno che dà l’impressione di non smarrirsi mai, di non darsi mai per vinto, fiducioso e convinto che non esista situazione di svantaggio che non sia possibile ribaltare. E, siamo sicuri, così ha ragionato anche in occasione di uno dei suoi recuperi più celebri, quello contro l’Ecuador ai mondiali in Sud Africa nel 2014.

Ed ecco qui Behrami in tutto il suo splendore: ripiegamento disperato in pieno recupero, intervento lucidamente folle all’interno dell’area di rigore (ricordate di quando prima abbiamo parlato della sua lucidità, vero?), corsa solitaria, ribaltamento di fronte con annessa capriola per un fallo ricevuto, scarico al compagno. Poi da lì la palla arriva a Rodriguez, cross per Shaqiri, gol. La Svizzera vince a 20″ dal fischio finale.
Il ribaltamento perfetto.

Visionario? No, piuttosto fervente credente. Behrami infatti – e questo nessuno ce lo toglie dalla testa – non ha mai smesso di credere che quella situazione (il gol vittoria) potesse realmente verificarsi nonostante tutto, che la sua squadra potesse vincere finché aria circolasse nei suoi polmoni, che quell’azione, in fin dei conti, non potesse non essere ribaltata.

behrami

Ancora un gol, ancora allo scadere, ancora decisivo, ancora in corsa. Nel 2006 la sua Svizzera andò così dritta ai mondiali di Germania, al minuto 85, diventato poi il suo numero di maglia.

Udinese rock ‘n roll

E’ quello che si aspetta da lui mister Gigi Delneri, cioè che finalmente la sua Udinese compassata e piuttosto placida venga attraversata dalle elettrizzanti scosse agonistiche che Behrami è in grado di sciorinare in campo.

Con ogni probabilità sarà lui il titolare del centrocampo a tre friulano, appena il tempo necessario a ritrovare la forma migliore. In questo senso, sono incoraggianti i 25′ disputati contro il Chievo domenica scorsa, ma il Valon migliore si vedrà forse solo dopo la sosta, il 10 settembre.

Uno dei migliori ritorni che la Serie A potesse aspettarsi…

behrami

 


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