Juventus, Dybala: “Il pallone per me era tutto, con i miei fratelli ho disegnato la porta sul muro di casa”

| 26/05/2017 11:50

Paulo Dybala, attaccante della Juventus, ha parlato nel corso di un’intervista concessa a Il Venerdì di Repubblica:

“Il pallone per me era tutto, con i miei fratelli ho disegnato la porta sul muro di casa, e vai col batti e ribatti, mia madre non l’ha presa bene, a scuola mi annoiavo, da piccolo per un attimo ho provato anche il basket”.

I tatuaggi di Dybala

Ha quattro tatuaggi, ma non troppo invasivi. “Non mi piacciono i bulli, i giocatori cattivi, quelli che vivono di eccessi, quelli che pensano sia giusto fare la cosa sbagliata, perché così qualcuno ne parlerà, quelli che vogliono a tutti i costi essere diversi. Ci tengo alla mia immagine, che male c’è a cercare di essere perbene? Non mi butto in area, non cerco il rigore, credo che si possa fare qualcosa per gli altri anche senza essere maledetti e arrabbiati, senza sputare sulla vita. Per questo sto per cre- are una fondazione, con sede in Argentina, che si occuperà di bambini disagiati e problematici”.

Dopo la tragedia di Rigopiano ha fatto una videochiamata a Edoardo e Samuel, i bimbi che si erano salvati dalla valanga, e ha passato la Pasqua nel reparto oncologico del Santa Margherita a Torino. “Non ci credo ai belli e dannati, si può benissimo evitare di costruire altri inferni. Tra essere santi e menefreghisti ci sono molte vie di mezzo. A me piacciono quelli che hanno stile come Federer e Bolt, quelli che ti coinvolgono, e anche  Agassi, per come colpiva d’anticipo, per certi angoli”.

Il padre muore per un tumore al pancreas. È il 2006. Paulo è in crisi, si trasferisce nel pensionato per giovani promesse dell’Instituto de Córdoba. Diventa «el pibe de la pensión», il ragazzo del collegio. “Senza papà, senza la famiglia, di notte andavo a piangere in bagno”. Paulo piangerà ancora: “Sul campo per una finale persa, nella vita per un amore andato”.

Arrivo in  Italia

 

Arriva a Palermo e inizia a lavorare sulle sue parti deboli: “Sono mancino, mi lavo anche i denti con la sinistra.Allora prendo una penna e ogni giorno provo a scrivere, ma con il piede destro, me la metto tra l’alluce e il dito. Mi esercito come un matto per avere più sensibilità e capacità. Non solo: alleno anche gli occhi, con degli esercizi. A vedere più in là, in direzioni diverse, ad anticipare gli avversari, a intuire traiettorie. E inizio a fare molta palestra. In Italia ho imparato a difendere la palla e Gattuso, allora allenatore del Palermo, mi ha consigliato di non esagerare con i pesi, non serve che diventi Big Jim, basta che curi l’esplosività nella gambe. Però ci tengo: se Cristiano Ronaldo ha superato quota 360 gol è perché lui, destro, colpisce forte anche di sinistro. Con un piede solo sono più marcabile e più facile da leggere dagli avversari. In Italia i difensori non scherzano, è una buona scuola”.

“Fare autografi o foto non mi dispiace – prosegue -. La mia ragazza Antonella è un po’ preoccupata, perché quando va al bar li chiedono anche a lei. Certo, se penso a Totti a Roma, penso a un re prigioniero, che non si può muovere nella sua città”.

Palermo

Il Sud lo ha scoperto quando è arrivato a Torino: “Mi sono accorto che ci sono Italie diverse appena arrivato al Nord, alla Juve. A Palermo vivevo a Mondello, giravo in bici, andavo al mare, i vicini si prendevano cura di me, anche se avevo mia mamma Alicia. Qualsiasi cosa mi mancasse, loro c’erano. Torino è elegante e discreta, ti lascia in pace, ma se ti serve lo zucchero, inutile suonare ai vicini, meglio puntare dritti al supermercato. Noi argentini siamo affettuosi, abbiamo bisogno di famiglia, le radunate non ci spaventano. Per cui questa riservatezza un po’ mi pesa. Qui sul pullman verso lo stadio ognuno ha gli auricolari e sente le sue canzoni, io in Argentina ero abituato ad un apparecchio gigantesco che sparava musica a palla, tutti allo stesso ritmo, cafone magari, ma divertente. Il benvenuto nella Juve me lo ha dato Buffon nello scorso campionato. Eravamo in difficoltà: quattro punti in 10 partite, ko con il Sassuolo, nostra quarta sconfitta, Gigi parla di umiltà, di senso di responsabilità, di vergogna per le brutte figure. Lì ho capito che alla Juve non si cercano scuse e che il codice per la vittoria non cambia mai”.

L’esultanza

Sul gesto della maschera, ormai copyright. “È nato da un mio sbaglio, dal rigore fallito contro il Milan, nella finale della Supercoppa a Doha. Non è stato un momento allegro, anzi ero deluso, da me soprattutto, faticavo a riprendermi, a guardare gli altri, mi sentivo colpevole. Così ho postato la frase di Michael Jordan: ho fallito più e più volte nella mia vita, e per questo ho avuto successo. La maschera è quella del Gladiatore, film che ho visto ormai trenta volte, nella vita bisogna rialzarsi e combattere. Ma anche capire che ci sono guerre inutili. Mi mettono contro Messi, nel gioco dei confronti, ma io non devo dribblarlo, lui ha già fatto, io sto facendo, io in nazionale voglio vincere con Messi, non al posto di Messi. Il gioco è stare assieme, non perdere mai nessuno”.


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