Julio Cesar lascia il calcio: “Handanovic non è il mio erede, il 7-1 con la Germania resta un incubo”

| 18/04/2018 11:40

Julio Cesar lascia il calcio: “Handanovic non è il mio erede, il 7-1 con la Germania resta un incubo”benfica julio cesar

Julio Cesar, ex portiere dell’Inter, ha parlato nel corso di un’intervisa concessa a La Gazzetta dello Sport, raccontando un simpatico aneddoto risalente al primo periodo in nerazzurro:

“Ero arrivato all’Inter da poco: seconda di campionato, Palermo-Inter. Mancini in settimana mi fa: “Corini lo conosco bene, se sulle punizioni gli sistemi la barriera al contrario lo mettiamo in difficoltà”. Ero perplesso, ma gli dico: “Tu sei il boss, faccio come mi dici”.

Il sabato, punizione di Corini e palla all’incrocio. Tre settimane dopo andiamo a Torino a giocare con la Juve. Mancini:

‘Con Nedved ho giocato, occhio che le punizioni le tira basse sul tuo palo’. Punizione di Nedved: sopra la barriera e 2-0. I giornalisti iniziano a martellare: che scarso Julio Cesar sulle punizioni. Alla ripresa prendo il Mancio da una parte: ‘Boss, facciamo così: se sbaglio, sbaglio io, ma d’ora in poi scelgo io. Ok?’ “.

Notizie Inter, la persona più importante per Julio Cesar

“Flavio Tenius, l’allenatore dei portieri del settore giovanile del Flamengo: mi portò in prima squadra a 17 anni, fu il primo a credere in me”.

L’emozione più grande?
“Non mi faccia sforzare: posso dirne tre?”.

Certo che può.
“La prima, Campeonato Carioca 2001, Flamengo-Vasco: dovevamo vincere con due gol di scarto, Dejan Petkovic segnò il 3-1 su punizione a due minuti dalla fine. La seconda è ovviamente Madrid, la Champions: di sicuro il punto più alto della mia carriera. La terza, Mondiale 2014: i due rigori parati contro il Cile negli ottavi di finale”.

E il momento più difficile è facile da dire, arrivò dieci giorni più tardi: Brasile-Germania 1-7. Ha sempre fatto fatica a parlare di quella partita.
Perché faticai a capire cosa successe, ancora oggi non lo so bene. La Germania conosceva i nostri punti deboli, ma noi glieli mostrammo come un libro aperto. Giocammo male male male”.

Chiuda gli occhi: cosa ricorda di quella notte? 
“Ero in campo e pensavo: ‘Dai Julio, è solo un incubo: adesso ti svegli’. E poi Thiago Silva nell’intervallo: era già 5-0, provava a scuoterci. Ma in quello spogliatoio c’era un silenzio irreale, in realtà non stava parlando nessuno. Il calcio è così, è come la vita: non ti abbraccia sempre e a volte ti fa affrontare, anzi ti impone, cose inimmaginabili. È lì che devi dimostrare di essere una persona forte dentro”.

Qualcosa del genere è appena successo a Buffon. 
“Quel rigore lo puoi dare o non dare, ma se sei l’arbitro ad un certo punto puoi anche girarti dall’altra parte e non espellere Buffon. Detto questo: è stato Gigi a riconoscere che poteva esprimere gli stessi concetti in un altro modo. Ma quando hai tanta adrenalina in circolo, dici cose di cui poi ti puoi pentire”.

Le è mai successo di arrabbiarsi così? 
“Non in momenti così importanti. Dissi di tutto a Rocchi (Inter-Napoli 0-3, ottobre 2011) quando parai un rigore di Hamsik e lui non si accorse che Campagnaro entrò in area in netto anticipo per segnare sulla respinta. E me la presi molto con Rizzoli (Inter-Milan 4-2, maggio 2012) che mi fischiò un fallo da rigore su Boateng che non c’era. Infatti poi disse pubblicamente di aver sbagliato”.

Ha detto: con Handanovic ho lasciato l’Inter in ottime mani. 
“Io non mi sono mai sentito l’erede di Toldo, con cui ho avuto un rapporto bellissimo, e Handanovic non è stato il mio erede: lui è un grande portiere, ma l’Inter sarà sempre più importante di qualunque suo giocatore”.

Quanto tornerà a Milano, per vederla a San Siro? 
“Spero di tornare per una partita di Champions League. Dunque presto, spero”.


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