Il vicepresidente della Figc Renzo Ulivieri ha rilasciato una lunga intervista al Corriere dello Sport, nella quale ha affrontato diversi temi, tra cui il fallimento della Nazionale e il futuro della selezione Azzurra.

Ulivieri a ruota libera dopo l’eliminazione dell’Italia

Renzo Ulivieri, cosa ha provato lunedì sera a San Siro?
«All’inizio le sensazioni erano positive, guardavo gli uomini prima, durante e li ho guardati anche dopo. Ho visto gente provata, ai giocatori ho detto due parole: “Grazie per quello che avete dato”. Il critico più onesto è stato il tifoso, che è rimasto accanto alla squadra 90 minuti su 90».

Lei è vicepresidente della Figc ma anche capo degli allenatori. Come tecnico cosa poteva fare di più?
«Proprio per questo passato da allenatore, all’inizio ho mantenuto una posizione più defilata. Dopo la Spagna, quando è cambiato il clima (perché bisogna andare a rileggere quanto detto e scritto prima della Spagna), ho capito che c’era bisogno di farsi vedere e di metterci la faccia. Ho parlato di più con Ventura, ho capito tante cose di questo allenatore, cose che in parte sapevo già e che in parte ho verificato di persona. Se fossi il presidente di un club, lo prenderei subito, perché è un allenatore da campo, uno che costruisce. Potevo solo stargli vicino, ma non spettava a me dare suggerimenti. Non mi sono mai azzardato».

Quanto ha pesato il no a Lippi dt?
«Lippi lo avevo proposto io. Ho stima di Ventura, ma credevo che Lippi-Ventura sarebbe stata una grossa accoppiata. Non è andata così. A me è dispiaciuto molto, ma se non lo puoi fare, non lo puoi fare. Personalmente sarei andato contro le regole, visto che la stessa situazione (il  figlio procuratore, ndr) c’era anche quando vincemmo il Mondiale 2006. La mia è una visione particolare, non tanto da dirigente quanto da allenatore».

Qual è stato il vero errore commesso da Ventura?
«Non c’è stata solo la Spagna, ma anche gli infortuni di Belotti, di Immobile, di Zaza quando è arrivato in ritiro. Così fai alla svelta a ritrovarti in una situazione difficile. Ho cercato di stare vicino all’uomo, ho fatto di più: ho detto che l’Under 21 e anche la Nazionale femminile devono giocare come la Nazionale A e a dirlo adesso mi tiro addosso gli strali di tutti. Un limite? Forse un ct deve lasciar perdere il lavoro che richiede tanto tempo, perché di tempo non ce n’è. Forse in tutt’e due le partite abbiamo ricercato poco l’attacco centrale, scegliendo vie che erano intasate».

Fuori Insigne, mentre Jorginho ha giocato solo a Milano.
«Credo che questi due faranno parte della Nazionale del futuro, sono talenti».

Al prossimo ct, verrà affidato un programma quadriennale che comprenda Europeo e Mondiale?
«Al momento del contratto a Conte, è stato commesso un grossissimo errore: due anni e poi poteva liberarsi. Due anni vanno bene ma l’opzione deve essere a favore della federazione. Sennò perdi la continuità. Perché il dubbio comunque resta sempre: un allenatore di club può diventare un allenatore da Nazionale?».

Allora, chi deve essere il ct della Nazionale italiana?
«Un allenatore che capisca ciò che si può insegnare in breve tempo. Che sappia di calcio, e ci mancherebbe, che faccia calcio col poco tempo a disposizione. Deve avere personalità, presenza, deve saper reggere alla critica perché il ct è sovraesposto da un punto di vista mediatico. Non ci si può stizzire per le critiche».

Uno così ha solo un nome e cognome…
«Carlo Ancelotti, ve lo dico io. Però al tempo stesso uno col suo nome rientra nella categoria degli “ombrelloni”, di quelli che ti parano il sedere, mentre qui non c’è nulla da salvare: è una situazione critica da cui si esce con soluzioni ponderate e coraggiose».

Riesce a pensare a una Nazionale senza Buffon?
«Ci sarà bisogno ancora di loro, della loro presenza, i tre (Gigi, Barzagli e De Rossi, ndr) hanno dimostrato di essere uomini veri. C’è stato un intervento di Barzagli nel secondo tempo che è da antologia, lo farò vedere mille volte a Coverciano: in un contropiede della Svezia resta uno contro due, sceglie l’avversario giusto da marcare e gli intercetta la palla. Dovremo ripartire dai giovani, ma una mano possono dartela anche loro, nella misura e nei modi che verranno ritenuti necessari».

A giugno l’Italia resterà senza il Mondiale.
«Staremo male, sarà sofferenza, anche atroce. Non voglio metterla in modo drammatico, ma è così».

Che responsabilità sente come guida del Club Italia, come capo degli allenatori e come vicepresidente federale?
«Sul piano organizzativo, dell’assistenza, della gestione è stato fatto tutto nel migliore dei modi. So che questa intervista mi farà risultare antipatico, ma è quello che penso».

Cosa si aspetta da Tavecchio dopo le bordate di Malagò?
«So che anche questo è antipatico dirlo, ma nel programma elettorale su cui abbiamo lavorato, approvato da tutti, non si parla dei risultati della Nazionale maggiore. Ci confortano semmai quelli delle giovanili e della Nazionale femminile».

Nel programma non si parla di Nazionale perché si dà per scontato che una squadra che ha vinto quattro volte il Mondiale, quanto meno vi partecipi.
«Ma cosa ha a che fare la Nazionale con la federazione?».

Tanto, visto che è il presidente federale a scegliere il ct.
«Io non sono alla ricerca di colpi ad effetto, non sono per le operazioni-tampone, non sarò mai di questa idea. Ci salviamo presentando un nome forte, no, non sono per questo tipo di operazione. Una dirigenza non può funzionare in questo modo».

A Malagò che dice “se fossi Tavecchio mi dimetterei” cosa risponde?
«Tavecchio ha più anni di Malagò, quel “se io fossi” non mi garba, poi è troppo facile in questo momento. Faremo le valutazioni al nostro interno, ma si decide noi, anche i tempi, per un discorso di serietà. Tutta la discussione deve avvenire all’interno delle componenti della federazione, solo loro decidono».

Quale sarà l’iter adesso?
«Prima bisogna parlare con Ventura, poi prendere la decisione»