Gino Pivatelli, 84enne veronese di Sanguinetto trapiantato oggi a Bologna, attaccante da scudetto (col Milan di Nereo Rocco) e Coppa Campioni (idem) all’inizio degli anni Sessanta, può capire meglio di tutti cosa si prova a mancare un mondiale.

Lui e l’oriundo Da Costa sono gli unici ancora vivi che possono raccontare l’altro tracollo del 15 gennaio 1958, quando all’Italia di Foni bastava un punto per qualificarsi al Mundial: il punto non arrivò, 2-1 per l’Irlanda del Nord e il Grande Piva uscì dal Windsor Park di Belfast in lacrime.

Pivatelli ricorda la delusione del ’58 ai microfoni del Corriere di Verona

Buongiorno Pivatelli: oddio, buongiorno mica tanto per chi ama il calcio…
“Mica tanto, già. L’ho vista in tv, Italia-Svezia. E il pianto di Buffon m’ha ricordato il mio pianto di 60 anni fa. Quel magone lì me lo porto ancora dentro, giuro. Piansi di rabbia. Non potevamo perdere una partita del genere. Per non parlare dell’arbitro…”.

Si chiamava Zsolt…
“Facciotta tonda, ci fischiò tutto contro. Non che voglia giustificare quella sconfitta così. Però, insomma, a fine gara avevo quasi voglia di tirargli un calcio negli stinchi… (ride, ndr). Diciamo che l’Italia, in generale, non è mai stata rispettata molto dagli arbitri. Nemmeno questo giro. Ma ripeto: non cerco giustificazioni, fu solo un grosso dispiacere”.

Uno fallisce la qualificazione al Mondiale: il giorno dopo come si sveglia?
“Anche all’epoca, coi giornali che ci picchiavano sopra. Non sono bei momenti, sportivamente parlando. Oggi come allora bisogna provare a ripartire con tranquillità”.

A 60 anni di distanza dalla prima volta, Italia fuori dal Mondiale: perché?
“Mica semplice. Non siamo una brutta squadra, anzi. E Ventura ne sa, di calcio: saremmo ancora in buone mani, con lui. Il fatto è che a livello internazionale contiamo poco. E contiamo poco anche perché in Italia, fino a poco tempo fa, nei ruoli più importanti c’erano solo stranieri, sia nelle big che nelle piccole. La scelta di far giocare di più i nostri giovani, poi, più che da un’intima consapevolezza, è stata dettata anche un po’ dalla crisi economica. Dopodiché, ribadisco, l’analisi è molto complessa”.

La sua gioventù da calciatore, Pivatelli?
“Iniziai nel Sanguinetto. Poi il Cerea. Quindi, nel ’50, l’Hellas. Ricordo con affetto due figure: l’allenatore Angelo Piccioli, un maestro, e il massaggiatore, Battista Forante detto Trivela. Il primo gol col Verona lo segnai nel derby col Vicenza, in B, avevo 17 anni: quella partita lì era sempre molto sentita e loro, quando ci affrontavano, sempre un po’ ghignosi. Poi sarebbe venuto il Bologna. E il Milan di Rocco: scudetto e Coppa Campioni, col Paròn dettavamo legge”.

E il debutto in nazionale?
“Forse la cartolina più bella. Era il ‘55, avevo 22 anni. Si giocava a Stoccarda, contro la Germania Ovest campione del mondo. Due a uno per noi. E segnai io il gol vittoria”.

Adesso cosa fa, Pivatelli?
“Dopo aver smesso ho fatto un po’ l’allenatore, in C. Adesso vivo qui a Bologna insieme a mia moglie: abbiamo due figli. Il calcio me lo porterò sempre dentro: mi piace chiamarlo “la mia passionaccia””.

Sempre dentro, come quell’azzurro tenebra di 60 anni fa?
“Eh, quello è un magone che difficilmente ti passa. Per questo, ripeto, quando Buffon si mette a piangere, io lo guardo e capisco…”.