Gazzetta dello Sport, ecco il decalogo per la rivoluzione del calcio italiano

L’esclusione dal mondiale brucia ancora. L’eliminazione contro la piccola Svezia ha buttato nello sconforto un intero paese ma adesso è già tempo di reagire e di rivoluzionare il nostro modo di fare calcio. Bisognava farlo in passato ma questa, più delle vittorie, è l’occasione imprescindibile per affacciarsi al futuro.

Ad indicare la via ci ha provato la Gazzetta dello Sport, che sul giornale di oggi ha elencato 10 regole imprescindibili per cercare di smuovere e cambiare le basi del nostro sistema federale.

1 Cambiare la Figc: più al servizio del calcio, meno politica

Va resettato tutto. Il problema non è solo negli uomini ma anche nelle funzioni e nei compiti, oltre che nei meccanismi di rappresentanza. La Federazione dovrebbe concentrarsi su un ruolo di servizio per lo sviluppo tecnico del gioco e l’allargamento della base. E invece, storicamente, è percepita come un palazzo di potere dove le dinamiche politiche hanno la prevalenza. Una delle storture è rappresentata dall’enorme influenza della Lega dilettanti, che alle elezioni pesa per il 34% (contro il 12% della Lega Serie A) ed esprime 6 consiglieri federali, e quello della Lega Pro, che vale il 17%.

2 Lega di A (e le altre): più potere ai manager, sviluppare il prodotto calcio

Finalmente la Lega di A ha approvato uno statuto che introduce la figura dell’amministratore delegato, con un presidente di garanzia e tre membri indipendenti nel consiglio di Lega, dotato di maggiori poteri rispetto al passato. Ma è corsa contro il tempo per effettuare le nomine entro la scadenza del 30 novembre (a meno che tutto non venga rimesso in discussione dalle evoluzioni federali). Quel che conta, però, è l’effettiva disponibilità dei club a fare un passo indietro a favore dei manager, in linea con le migliori pratiche della Premier, della Bundesliga e anche della Liga. La Serie A va intesa come un format da curare, sviluppare e vendere nel migliore dei modi in Italia e soprattutto all’estero, al di là dei particolarismi.

3 Riforma dei campionati: 18 squadre in A, 18 in B, 40 in C, per un sistema competitivo e sostenibile

Se ne parla da anni ma resta uno dei nodi cruciali perché la riforma dei campionati renderebbe il sistema professionistico più competitivo e, allo stesso tempo, sostenibile dal punto di vista finanziario. Venti squadre in A sono troppe, bisogna scendere a 18; la B dovrebbe passare da 22 a 18; la Serie C, che in questa stagione ha perso una squadra in corso d’opera (il Modena, ora le «sopravvissute» sono 56), andrebbe portata a 40 club, con tre gironi da 20. Ma non si tratta solo di ridurre il numero dei club professionistici. Va ridefinita la mission di ciascun torneo e ripensato il sistema mutualistico in modo che sia slegato da logiche assistenziali.

4 Seconde squadre nei tornei professionistici per fare crescere i giovani

Questo è uno dei vecchi cavalli di battaglia della Gazzetta che, per veti politici e convenienze personali, è stato sempre boicottato. L’Italia è fuori dal Mondiale dopo 60 anni anche e soprattutto perché i nostri giocatori, in uscita dai settori giovanili, non riescono a maturare le giuste esperienze e disperdono il loro talento. Va inoculato nel sistema un meccanismo che consenta ai giovani di misurarsi in contesti competitivi, di respirare l’aria dura del calcio professionistico e, allo stesso tempo, di essere seguiti da staff altamente qualificati. L’esempio viene dall’estero, basterebbe mutuarlo e adattarlo alla realtà italiana. Le seconde squadre dei club di A, ovviamente facoltative, potrebbero essere iscritte in Serie C, con tutti gli accorgimenti necessari per salvaguardare la regolarità dei campionati. Peraltro, non sono da trascurare i benefici in termini di appeal di partite come Reggina-Juventus B.

5 Il 10% del fatturato dei club per gli investimenti virtuosi: vivai e infrastrutture

La legge che introdusse lo scopo di lucro per i club, risalente al 1996, obbliga le società a destinare il 10% degli utili alle «scuole giovanili di addestramento e formazione tecnico-sportiva». Ma chi è che fa profitti in Italia? E comunque parliamo di spiccioli. Per incentivare davvero gli investimenti «virtuosi», quelli a favore di vivai e infrastrutture, bisogna prendere come parametro il fatturato e non l’utile, rendendo obbligatoria la destinazione verso quel tipo di spese di una somma pari al 10% dei ricavi di ciascun club, a cominciare da quelli di Serie A. È vero, siamo nel libero mercato, ma sin dall’inizio del boom dei diritti tv le società hanno dato prova di essere miopi e incapaci di programmare nel medio-lungo periodo: negli ultimi 10 anni la Serie A ha accumulato un fatturato di 16,9 miliardi ma 15,4 sono stati «bruciati» in spese sportive, cioè stipendi e ammortamenti. Solo le briciole per i settori giovanili, le infrastrutture, la formazione professionale e aziendale. Ecco perché va fissato un limite minimo di spesa per quel tipo di investimenti.

6 Troppi stranieri? Incentivare gli italiani e subito lo «ius soli» sportivo

Sarebbe sin troppo facile cavalcare l’indignazione popolare per l’eliminazione dal Mondiale e invocare un numero minimo di italiani in campo. Ci hanno già provato e non è possibile. La sentenza Bosman ha fatto scuola, le leggi comunitarie lo vietano e non è che il calcio sia un settore a statuto speciale. È vero che in Serie A giocano troppi stranieri: sono il 55% del totale contro il 51% della Bundesliga, il 40% della Liga e il 37% della Ligue (solo la Premier ci supera, a quota 61%). Ma il problema è la qualità, non la quantità. Se uno straniero vale, è il benvenuto perché migliora la qualità del campionato e fa crescere anche gli italiani; il guaio è che spesse volte è più conveniente economicamente o, peggio, diventa oggetto di strane operazioni di mercato. L’incentivazione all’impiego degli italiani passa necessariamente da politiche che partano dai settori giovanili. Semmai si potrebbe aumentare la quota dei cosiddetti “formati”, cioè di quelli cresciuti nei vivai italiani indipendentemente dalla loro nazionalità: adesso, nelle rose a 25, devono essere minimo 8 (4 cresciuti in casa e 4 in ambito nazionale), potrebbero diventare 10-12. Di pari passo va incoraggiata l’integrazione dei calciatori che sono italiani di fatto ma stranieri per legge: sì a una sorta di ius soli sportivo.

7 Dare un’identità comune alle nazionali, dalle giovanili alla A, in termini di gioco e preparazione

Ci aveva provato Arrigo Sacchi, ora è il caso di dare ancor più forza al progetto: basti pensare che Ventura, dopo Spagna-Italia, ha abbandonato il 4-2-4, identificato come modulo di riferimento all’inizio del biennio e ancora seguito dall’Under 21. Serve un coordinamento sostanziale tra tutte le nazionali, dalle giovanili a quella maggiore, che si sviluppi attraverso un protocollo comune sui sistemi di allenamento e di preparazione e sul modulo di gioco. Ciò creerebbe peraltro un’identità azzurra, che tornerebbe utile a ogni occasione.

8 Riforma Legge Melandri: più soldi alle società che meritano

È in discussione la riforma della Legge Melandri, che disciplina la vendita dei diritti tv della Serie A, e soprattutto, la ripartizione dei proventi. Il ministro Lotti ha già annunciato che la quota in parti uguali sarà elevata dal 40% al 50% e che i risultati sportivi recenti peseranno di più (dal 5% al 15% l’ultima stagione). Suscita perplessità la nuova formulazione dei bacini d’utenza (20%), legati principalmente agli spettatori paganti dal vivo: un criterio che rischia di non fotografare i pesi reali delle tifoserie di ciascuna squadra con l’effetto, più in generale, di non valorizzare la meritocrazia. Va bene redistribuire le ricchezze, tuttavia i soldi delle tv non devono essere distribuiti a pioggia ma in base a chi fa bene sul campo e anche fuori, magari agganciandoli a standard specifici e investimenti da fare. Giusto tenere in considerazione la competitività interna ma occhio anche a quella che i nostri club devono sostenere a livello internazionale.

9 Stadi: basta deroghe sulle iscrizioni, agevolare la costruzione di impianti di proprietà

L’attuale legge sugli stadi è già un passo in avanti, bisognerebbe essere ancor più incisivi considerando gli stadi veri e propri asset, anche per l’urbanistica e l’economia del territorio. Allargare le compensazioni agli interventi residenziali non è il passepartout per le speculazioni edilizie, che sono già perseguibili. Costruire una nuova generazione di impianti (o ristrutturare quelli vecchi) e affidarli ai club è indispensabile per migliorare il prodotto, generare nuove risorse e riavvicinare la gente. Ma le società stesse devono assumersi le loro responsabilità: almeno in Serie A vanno stabiliti requisiti seri per gli stadi, pena la mancata iscrizione. L’era delle deroghe dovrà finire per davvero, e non potrà essere sufficiente eseguire lavori raffazzonati, in estate, giusto per rispettare standard minimi: vanno elevati i parametri, per esempio imponendo la copertura e l’eliminazione delle piste d’atletica. Non subito ma tra qualche anno. L’importante è farlo.

10 Fidelizzare i tifosi e le famiglie, riportarli allo stadio, individuare i violenti

I 73mila di lunedì a San Siro sono l’ulteriore conferma che, nonostante tutto, il calcio italiano può vantare un patrimonio inestimabile di passione. Siamo inguaribili romantici e sogniamo in Italia stadi di nuovo pieni e civili, dove convivano le famiglie e le curve «buone», quelle che animano il tifo stando nelle regole. Per farlo bisogna agire su più fronti: fidelizzare il pubblico attraverso politiche incentivanti sui biglietti e strategie di interazione moderne da parte delle società; individuare i violenti ed espellerli per sempre dagli stadi, senza rifugiarsi in punizioni collettive. Gli stadi, oltre a essere rimodernati, vanno dotati di tecnologie per il riconoscimento facciale. Ma i club non possono essere lasciati soli: ognuno faccia la sua parte, anche le autorità di pubblica sicurezza.