Focus CM24 – “Il pallone è mio e decido io”. Storia di un litigio dal sapore di soft power

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:50

A cura di Armando Fico

Il pallone è mio e decido io“. Ecco come si impostavano da bambini i litigi in partitella al parco per una regola mal digerita, un rigore conteso o una qualsiasi disputa tra amichetti. Era insomma quella la frase, pronunciata sempre dal più audace, forte della proprietà del Bene primario (il pallone, appunto), per assestare i rapporti di forza, le gerarchie, fiaccando di conseguenza le pretese – magari anche legittime – di tutti gli altri.

Mettete la stessa scena, sempre al Parco, ma stavolta però a quello “dei Principi” di Parigi. I protagonisti sono Cavani e Neymar, col brasiliano che va a chiedere la “cortesia” (presumiamo) di tirare al posto del Matador un calcio di rigore contro il Lione. Cavani, come logico che sia, rifiuta adducendo la motivazione che il rigorista designato è lui; Neymar non la prende bene, si allontana stizzito, si dicono qualcosa di pesante per poi continuare negli spogliatoi, dove Dani Alves e Thiago Silva hanno impedito che si venisse addirittura alle mani.

Non contento, secondo gli ultimi rumors di mercato, l’ex Barcellona avrebbe addirittura chiesto ai vertici societari la cessione immediata del compagno di reparto; e questa sarebbe stata persino così diligente da individuare già il suo sostituto: Alexis Sanchez, in scadenza con l’Arsenal.

Caso Neymar-Cavani: il brasiliano smette di seguire il Matador sui social

Bambinata o crisi isterica da starlette impagliettata, il gesto di Neymar nasconde in sé implicazioni ben più gravi di un normale scontro tra visioni opposte. Anzi, per certi aspetti è addirittura eversivo di ogni altro valore sportivo che la disciplina calcistica può insegnare.

La gerarchia, di squadra e societaria, per cancellarla a Neymar è bastato un colpo di spugna. Tanto coi compagni che con l’allenatore, oltre che con i vertici del club, col suo gesto ha fatto pesare tutti i 222 milioni di euro spesi per strapparlo al Barcellona. Uno per uno. Il messaggio è stato, in altre parole: “Se non si fosse capito, sono stato preso per essere io il protagonista. Sempre e comunque. Altrimenti perché spendere tanto per un solo giocatore!?”. E tanti saluti al rispetto degli equilibri dello spogliatoio, quando invece Cavani ha subito per anni l’inamovibilità di Ibrahimovic giocando persino fuori ruolo.

Ora pensate per un attimo se Cavani avesse acconsentito a fargli battere quel rigore, concedendogli un’ “usurpazione gentile” della sua posizione. Il gesto avrebbe avuto effetti a valanga su tutto lo spogliatoio, vittima di uno shock all’equilibrio che nessuno, tra società e allenatore, avrebbe  in seguito tentato di correggere. Lo stesso Emery ha infatti ammesso che il rigorista sarà deciso di volta in volta, lavandosene completamente le mani.

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E’ stato invece un bene che Edinson abbia esasperato il conflitto rendendolo palese con quel gesto sul dischetto del rigore. In quel momento, infatti, erano di fronte il bene ed il male del calcio, da un lato lo sport, dall’altro l’ingerenza di dinamiche del tutto estranee al mondo del Pallone. Senza troppi giri di parole, ci riferiamo a quelle dinamiche di soft power che pian piano stanno infettando il calcio europeo, con Cina e, nel nostro caso, Qatar, che per affermare la propria immagine (e la propria potenza) a livello globale lo stanno letteralmente fagocitando.

Non è infatti un caso che la mossa Neymar abbia portato enormi benefici ai settori di interesse delle ricche famiglie qatariote (e non solo). Il PSG quest’anno ha fatto riempire in media il 98% degli stadi dove ha giocato. Dal suo arrivo, Canal+ ha registrato picchi di share e bonificato la fuga di abbonati. Anzi, ne prevede 100mila in più entro fino anno. Anche la rete BeInSports, di proprietà del Qatar, ha visto aumentare il numero di abbonati. E soprattutto un boom di ascolti in Champions, per l’esordio contro il Celtic: +12% rispetto a un anno fa e la partita contro l’Arsenal. Mentre il PSG ha venduto 120mila magliette del brasiliano nel giro di un mese.

Senza contare il colpo d’immagine in vista dei prossimi mondiali in Qatar nel 2022 e l’utilizzo proprio dell’immagine del campione brasiliano per promuovere i flussi turistici verso una nazione fortemente ostracizzata dagli altri Stati della regione saudita per via di vicende politiche ovviamente torbide e paludose. E così c’è di meglio che il calcio per riabilitarsi agli occhi di tutti? Ma ancora: come, se non con colossali investimenti calcistici, riaffermare la prorpia volontà di preminenza e supremazia?

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Tutti questi sono dati, e va bene. Ma tutti questi dati, anzi, tutti questi fatti, si traducono poi in soldi, che a loro volta si traducono in potere e supremazia fino a creare una sorta digerarchia commerciale che presto potrebbe ulteriormente trasformarsi poi in campo in una dittatura del più forte, del più ricco, a mortificazione infine dell’aspetto sportivo. Anzi, proprio col gesto di Neymar tutto questo già è avvenuto, e fortuna che  a contrapporsi a lui c’era il sacro ardore agonistico di un cannibale di nome Edinson Cavani.

 

A cura di Armando Fico