Roma, parla l’ex Zigoni

Roma, Gianfranco Zigoni è uno di quegli ex che si fa fatica a dimenticare. Calciatore iconico, che è rimasto nell’immaginario collettivo del tifo giallorosso. Nel suo cuore c’è però anche l’Hellas Verona, così come racconta ai taccuini de La Gazzetta dello Sport.

«In giallorosso sono arrivato dalla Juventus. Per me la Roma è stata la libertà. Mi comportavo secondo regole che stabilivo io. Mi feci crescere la barba, in omaggio alla rivoluzione cubana. Ero un idolo dell’Olimpico. poi nel 1972 il passaggio al Verona, casa mia. Il giorno dell’ingaggio i dirigenti dell’Hellas mi portarono a pranzo in Valpolicella, guardai il panorama che sfilava fuori dai finestrini della macchina e mi chiesi: “Sono in Paradiso?”. Era così. Ci restai per sei anni».

«Mi ha fatto male vedere il Verona perdere in quel modo, ma una brutta partita può capitare. Con la Roma è durissima. Per prendere punti servirà un miracolo, ma voglio crederci. L’Hellas ci rimane, in A. Dovrà faticare, ma ce la farà. Il pericolo maggiore? Perotti. Lui sì che ha classe. Facile dire Dzeko: grande centravanti, ma statico. Invece Perotti ha colpi geniali, mi piace. Se saprà fermarlo, l’Hellas avrà delle chance in più».

«Kean? E’ un ragazzo di talento, ma è pur sempre un diciassettenne. Pensare che possa essere lui a salvare la patria gialloblù è un errore. Le responsabilità gravano su Pazzini: ha esperienza, è un goleador nato. Prima il Verona punti su di lui, poi, se occorre, gli metta al fianco Kean».

«Juventus? Grandissimo club, oggi come allora, però a Torino dovevi essere un soldato. Soffrivo. Volevano che non fossi me stesso. Per questo dicevo che a Roma mi sono, finalmente, sentito libero. Era una città splendida. C’era persino poco traffico, mentre ora mi risulta che le strade siano intasate. Abitavo in un appartamento sulla Cassia, alla Tomba di Nerone. Uscivo la sera. Mi divertivo. Ho conosciuto i grandi del cinema, dell’arte, della poesia. Alberto Sordi m’invitò alla prima di un suo film. La bellissima Laura Antonelli, stupenda dal vivo più ancora che sullo schermo. Renato Rascel, che stravedeva per me e che se la prendeva con Helenio Herrera, che allenava la Roma e non mi faceva giocare. Più di tutti, Franco Citti, uno degli attori preferiti di Pier Paolo Pasolini. Pasolini, già: con Pier Paolo giocammo pure a calcio. Spesso vado a trovarlo sulla sua tomba, a Casarsa, e gli parlo».

«A Verona Frequentavo Fabio Testi, Gigliola Cinquetti, Umberto Smaila. Andavo al bar del mio amico Giorgio Bissoli, in centro storico. Giorgio aveva inventato un cocktail speciale, dedicato a me. L’aveva chiamato “Tafferuglio”. Era il nome giusto. Ogni volta che tornavo a Roma era un’emozione. Ma una volta è stato anche doloroso. Era il 1978, dovevamo giocare all’Olimpico e stavamo viaggiando sul treno che, a Murazze di Vado, fu coinvolto nella peggiore tragedia ferroviaria d’Italia. Tanta gente morì, noi ce la cavammo per un caso fortuito. La partita fu recuperata e a 15’ dalla fine sentii dentro di me un’angoscia che non potevo controllare, ripensando a quelle persone che non c’erano più. Chiesi il cambio, uscii. Ero sotto la doccia quando la Roma segnò il gol con cui ci sconfisse».