Milan, Donnarumma: “Certi gesti mi hanno fatto male ma non penso ai soldi”

| 19/08/2017 08:20

Dopo un’estate travagliata, Gigio Donnarumma riparte dal Milan. Quel Milan che ha rischiato di lasciare, ma che alla fine non ha abbandonato. Sulle colonne del Corriere dello Sport, l’enfant prodige rossonero ha raccontato la sua vita, calcistica e non.

Come ha iniziato a giocare a calcio da bambino Gianluigi Donnarumma?

«Mio fratello andava ad allenarsi al campo del paese. Io ero piccolissimo, mio fratello lo veniva a prendere mio zio Enrico Alfano, che purtroppo ci ha lasciato qualche anno fa. Andavamo tutti insieme, erano momenti bellissimi, che attendevo come un regalo. Il desiderio di diventare portiere mi è venuto seguendo le orme di mio fratello. È stato lui il mio esempio.

Quanti anni aveva?

«Avevo quattro o cinque anni».

E poi? Come è proseguita?

«Poi, crescendo, ho cominciato anche io a seguire la scuola calcio presso la polisportiva Castellammare. Ero davvero piccolo e non potevo iscrivermi, allora al campo mi allenavo da solo con mio zio per ore e mi divertivo. Quando sono diventato più grande ho potuto finalmente iscrivermi come gli altri. E ho cominciato ad allenarmi davvero con il mister Ernesto Ferraro. È con lui che ho imparato molto di questo ruolo e di questo mestiere. E, anche oggi, lo ricordo con immensa gratitudine».

Com’era la sua camera da bambino? Cosa c’era di calcio nella sua camera?

«Io facevo comprare a mia mamma tutti gli orologi, le magliette, le sciarpe del Milan. Tutta roba di calcio, la mia stanza da bambino era già rossonera».

Quand’ è che lei è cresciuto fisicamente tanto?

«Diciamo dai dieci anni in poi. A scuola calcio ogni partita litigavamo perché ero sempre il più alto e gli avversari pensavano che avessi un’età maggiore. Dai dieci anni in su ho cominciato ad avere un maggiore sviluppo rispetto agli altri bambini miei coetanei».

Lei ha sempre giocato in porta?

«Sì, sempre in porta, anche se in allenamento mi divertivo anche a giocare avanti».

Che cosa le piace di fare il portiere? Qual è la cosa che la esalta di più?

«La responsabilità. È questo che mi piace del mio ruolo. È questo che mi rende molto orgoglioso davanti ai miei compagni e al pubblico. Il portiere per prima cosa è responsabilità, perché quando sbagli tu è gol. Non è un ruolo per caratteri fragili o per persone emotive. È un mestiere carico di pesi. Carico di sfide. Proprio quello che a me piace».

I suoi genitori cosa facevano quando lei era bambino?

«Mio padre faceva il falegname e mia mamma la casalinga. Mio padre non ci ha mai fatto mancare niente, quindi posso e devo solo ringraziare la mia famiglia, per tutto quello che mi ha dato».

Qual è la prima cosa che lei ha regalato ai suoi genitori una volta diventato professionista?

«Loro non hanno mai voluto regali da me. Volevano e vogliono solo la mia tranquillità, la mia serenità e la mia felicità».

Lei sa di essere un diciottenne un po’ particolare rispetto agli altri suoi coetanei. Riuscirà a mantenere l’equilibrio, a non farsi travolgere dai soldi?

«Diciamo che io ai soldi non ci penso neanche. Io penso solo a restare tranquillo, a godermi la mia vita con la mia famiglia, con la mia fidanzata. Quindi non ci penso neanche ai soldi, per me sono la seconda cosa».

Le ha fatto male, durante la partita con l’Under 21, quando le tirarono le banconote false?

«Mah, sinceramente in quel momento non me ne sono neanche accorto. Sapevo che erano in contestazione con me perché li sentivo urlare dietro, però in quel momento non pensavo neanche che erano soldi. Poi, finita la partita, quando ho visto le immagini e ho visto tutto sinceramente ci sono rimasto male. In quel momento volevo pensare solo all’Europeo, e mi dispiaceva che i tifosi pensassero a un mio tradimento».

Ha sofferto in quei giorni complicati?

«Io cercavo sempre di rimanere tranquillo, di non pensare alle voci. Sinceramente per un ragazzo di diciotto anni è un po’ difficile. Lo è stato anche per la mia famiglia perché siamo persone tranquille, educate. Per questo ci faceva male sentire tutto quel rumore. C’era una gran confusione sui social, un gran frastuono. Però io cercavo sempre di rimanere tranquillo, di restare il ragazzo che ero. Ci tenevo a non perdere il sorriso. Mi hanno fatto male, non posso negarlo. Ma mi sono difeso restando me stesso. Sorriso e tranquillità».

Quanto contano nella sua vita professionale, e non solo, i social network?

«Come si può vedere ci sono periodi in cui non posto niente e periodi in cui sono socialissimo. Ma per me non sono tanto importanti, non mi faccio condizionare. Cerco, anche con i social, di prenderla con il sorriso, di divertirmi. In fondo sono anche momenti di distrazione, dopo le giornate di lavoro».

Che cosa pesa di più un voto in pagella di un giornale o cento messaggi su witter?

«Domanda difficilissima. Ai social cerco di non dare tanto rilievo, non sono giudizi critici ma opinioni di singoli tifosi. Sono sincero: il giorno dopo la partita è normale che guardi i giornali e le pagelle che misurano come ho giocato».

C’è un giudizio che le ha fatto particolarmente male dato da qualcuno?

«Quando sai di aver dato il massimo e vedi che ci sono giudizi sbagliati, ingenerosi. E’ normale, in questi casi, il dispiacere e il nervosismo. Ma finisce lì perché poi in allenamento o durante le giornate di preparazione della partita successiva non ci pensi neanche. Sono escoriazioni, non ferite».

In quei giorni complicati per lei c’è qualcuno che ha detto qualcosa che le ha fatto male?

«Sinceramente in quel periodo si leggeva di tutto sui giornali, ed era tutto negativo. Non me ne fregava niente, facevo scivolare addosso quel veleno. Volevo essere tranquillo. E lo sono rimasto».

E invece qualcuno de suoi colleghi che le sia stato vicino?

«Tutti, perché tutti capiscono le difficoltà di un professionista nel calcio moderno. Tutti sono stati consapevoli che per un ragazzo di diciotto anni non è una cosa normale avere quelle difficoltà. Mi sono stati tutti vicini, i miei colleghi. Di questo li ringrazio».

Il suo modello di portiere qual è?

«Gigi Buffon. Gigi, da quando sono piccolo, è il mio modello. Adesso c’è Neuer che mi piace molto. Cerco di seguire la su carriera: mi ispiro molto anche a lui, adesso».

Le fa piacere avere suo fratello vicino in panchina, come sua riserva?

«Sì perché mi aiuta tanto, mi aiuta negli allenamenti, ci aiutiamo entrambi. Siamo colleghi ma c’è qualcosa di più, per me molto importante: l’affetto familiare».

Lei sembra uno abbastanza impermeabile alle emozioni. C’è un momento della sua carriera in cui invece non ha dormito la notte prima di una partita?

«Il derby è sempre il derby quindi è normale che prima del derby ci sia un po’ d’ansia, un po’ di timore. Il derby è quello che ti tiene sveglio la notte prima…».

Mi racconta di quando Mihajlovic la chiamò e le disse che avrebbe esordito in prima squadra?

«Il sabato mi chiamò nel suo spogliatoio e mi chiese se avevo paura, perché il giorno dopo aveva intenzione di farmi esordire. Io gli dissi di no subito, senza esitazioni, perché non ho mai avuto paura. Me la sentivo di esordire, anche se ero giovanissimo, avevo meno di diciassette anni. Tutti allora mi dicevano che ero giovanissimo, anzi sono tuttora giovanissimo, però non ho mai avuto paura di niente e di nessuno».

Neanche di esordire in Nazionale a diciassette anni?

«No, anche perché lì c’è stato Gigi che mi ha aiutato tanto, mi ha dato tanti consigli e tante rassicurazioni negli allenamenti. Per me lui è stato davvero speciale. Tecnicamente e umanamente. Non mi ha fatto mai sentire timore. Gli sono molto grato».

Quando sembrava che andasse via dal Milan quale era la prospettiva più possibile ? Paris Saint Germain o Real?

«Sinceramente non pensavo a nessuna squadra, cercavo di rimanere tranquillo e non pensavo ad altre squadre. Nel mio futuro vedevo solo il Milan».

Le chiedevo quale squadra si era fatta avanti, non può non saperlo.

«Si sentivano tante voci. Io non ho mai sentito cose particolari. Leggevo quello che vedevo scritto sui giornali o nei social. Io ho solo pensato al Milan, a stare tranquillo, a crescere. Per un ragazzo di diciotto anni è normale che ci siano difficoltà, in situazioni del genere, però io volevo solo staccare la spina e dare tutto per vincere gli Europei. Purtroppo non ci siamo riusciti, ma l’idea era quella.

Ho letto che il Paris-Saint Germain si era fatto avanti. Dunque ha rinunciato a non poco credo, in termini di soldi. E forse anche in termini di carriera perché giocare nel Real con Cristiano Ronaldo rendeva forse più facile la sua affermazione internazionale. Insomma questo per dire che lei, per restare al Milan, ha rinunciato a molto…

«Certo, questo sì. Le squadre le dicono i giornali. Però sinceramente sì, ho rinunciato a molto per restare al Milan».

Cosa pensa potrà fare il Milan quest’anno?

«Abbiamo cambiato molto e adesso stiamo cercando di fare gruppo, di allenarci bene, di ascoltare il mister. Dobbiamo tornare in Champions, quella è la prima cosa. Cerchiamo di dare il massimo, per tornare in Champions. Quello è il nostro obiettivo, il nostro dovere».

Chi vincerà il campionato secondo lei?

«Questo non lo può dire nessuno. Ce la giochiamo con tutti, ogni partita ha una storia a sé».

Il Milan può essere in gara anche per lo scudetto?

«Sicuramente la Juve è quella che può vincere ma…».

Qual è l’attaccante più pericoloso che lei ha incontrato?

«Higuain. E’ lui l’attaccante con maggiore forza in Italia e del quale ho un po’ paura… Anche se non mi ha mai fatto gol, finora».

Il Milan ha avuto un altro giovane di grande talento che era Balotelli, che poi si è un po’ perso. Cosa farà per evitare il rischio di ripetere quella parabola?

«Mario lo conosco, è un mio amico. Io sono tranquillo per la persona che sono, per tutto quello che mi hanno dato i miei genitori. Sono tranquillo, vado avanti con serenità, con la mia testa».

Come racconterebbe ad un bambino che cosa è il calcio?

«Per me il calcio è tutto. Divertimento, in primo luogo. Rispetto, anche: rispetto per gli avversari, rispetto per i tuoi allenatori, per lo staff. Tanto sudore, tanto lavoro, bisogna fare tantissimi sacrifici. Per farcela bisogna avere tanto amore per il calcio. Come in ogni cosa, nella vita».

La parata più bella della sua vita?

«Secondo me, quella su Khedira contro la Juve. La più bella e anche la più importante».

C’è qualcosa in cui lei ancora deve migliorare?

«Sono giovanissimo, non si è mai finiti. I campioni sono tali perché, anche a trentacinque o quaranta anni, vogliono migliorare. Non bisogna mai pensare di essere arrivati e fermarsi… Io ho bisogno di lavorare, ho bisogno di tanto sudore, di tanta fatica. Perché non si finisce mai di imparare».

Gli esami li farà?

«Sì, li farò, quando sarò pronto. Non me la sentivo quest’anno. Su questo è stato fatto un enorme casino. Non me la sentivo. Tutto qui. Sono un ragazzo di diciotto anni come gli altri. Vorrei che non lo si dimenticasse mai»..


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