FOCUS CM24 – “Il calcio secondo Raiola” (che a noi non piace neanche un po’)

| 26/06/2017 18:48

Articolo a cura di Armando Fico

“Io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai… amore che vieni, da me fuggirai”, cantava Fabrizio De André nella sua celebre “Amore che vieni, amore che vai”. La storia è di quelle più semplici, l’andirivieni di un sentimento tormentato, che lascia storditi due amanti che, guardandosi negli occhi, finiscono per non riconoscersi più e smarrirsi, così d’improvviso, in “un giorno qualunque“, nonostante “le stesse parole d’amore”.

Così si sono lasciati Donnarumma ed il Milan. Anzi, traditi. Traditi come due amanti ormai sconosciuti a se stessi e, per giunta, interessati a nient’altro che a farsi la guerra, oltretutto mediatica e a distanza. L’ultimo atto di autolesionismo è andato in scena ieri sera, a mezzo Twitter-Instagram, all’insegna del “chi non terrorizza si ammala di terrore“; con Gigio unico (e un po’ penoso) protagonista di una paradossale polemica con sé stesso senza che nessuno lo abbia costretto ad imparare cosa venga “dopo ‘maiale’, ‘Majakovskij’, malfatto’“.


Nessuno tranne, evidentemente, Mino Raiola, regista occulto del presunto attacco hacker che ha costretto Gigio a chiudere i suoi profili social. E noi così, in mezzo, costretti a ricadere nel giochino perverso del “calcio secondo Raiola”: giudicare senza raziocinio e schierarsi per partito preso, ricadere in facili antipatie e fare gli ultras dell’opinione, accettare passivamente la realtà rinunciando ad ogni forma di ricerca di una possibile verità. Ed eccoci qui, ulteriormente divisi, inconsapevoli paladini perpetratori di un odio fondato sull’ignoranza cui ci costringe la superficialità dei social.
Una superficialità che paradossalmente però la realtà finisce per crearla. Una realtà parallela, che non esiste tanto è rarefatta, ed eppure è lì sotto i nostri occhi. Impossibile non crederle: quasi ci parla, e ci racconta che l’unica verità è quella che ci propinano i diretti interessati.

raiola

E allora Donnarumma è un mercenario, Raiola il genio dei procuratori-scardinatori di sogni, ed il Milan fa bene ad assecondarlo nei suoi contorsionistici e affaristici capricci; perché perderlo per un pugno di mosche dopo un anno di tribuna sarebbe davvero una magra, magrissima consolazione… Un enorme, inutile, montagna di stereotipi che fanno comodo solo a chi, come Raiola, “vuole romperci il calcio“.
Ma a chi vuole parlare di Calcio qualcosa però alla fine non torna, e capita di accorgersene solo dopo: dietro queste schermaglie non c’è uno straccio di notizia, non c’è  un fatto, non c’è nulla di nulla. In questo mare di vacuità, a sguazzarci sono infatti sempre e solo loro, gli inguaribili narcisi pallonari – nel senso però che raccontano solo palle, con le quali però si divertono a dividere e a disorientare tutti gli altri e fare così i propri comodi. Facendola ovviamente sempre franca.

Ma alla fine chi non crede “né al denaro, né all’amore, né al cielo” è destinato a farla cadere questa realtà fittizia, se non fosse altro per seguire il Calcio “per Amore” e non solo “per avercelo garantito”. Ed allora il Vangelo di Raiola avrà voltato la sua ultima pagina con sopra scritto “dite a mia madre che non tornerò”.

Articolo a cura di Armando Fico

 

 

 

 

 

 

 

 


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