Sampdoria, Giampaolo: “La Juventus un modello. Schick? I numeri parlano per lui”

| 26/04/2017 09:03

Giampaolo a tuttotondo

E’ un Federico Giampaolo a 360° quello intervenuto ai microfoni di Tuttosport. Il tecnico della Sampdoria ha raccontato parte della sua carriera e si è espresso su alcune rivali in campionato. Partendo dal 2014, quando accettò la Cremonese: “Sono andato per una sfida con me stesso. Non ho voluto prendere scorciatoie per tornare in A. Volevo scendere all’inferno e ripartire da lì. Ma non è stato un inferno: ho trovato una società molto organizzata e giocatori straordinari”. 
Una strada che l’ha portata a Empoli.
“E la scorsa estate ero a casa con la giusta serenità di aver fatto un ottimo campionato in Toscana. Pensavo che qualcosa prima o poi si potesse concretizzare. La Samp, con Osti, è stato la prima a chiamarmi, a due-tre giornate dalla fine. Se va via Montella…”.
Con cui è stato in ballottaggio al Milan.
“Ho fatto qualche viaggio di troppo. Non mi sono goduto l’estate, di solito in quel mese metto la ciabatta e me ne sto al mare. Invece ogni tre giorni prendevo l’auto. Nessun rimpianto, in estate si fanno tante chiacchiere”. 
Ed è stata Sampdoria.
“Bella società, squadra e tifoseria, un privilegio allenarla. Ho trovato disponibilità verso il mio lavoro”.
Una rivincita verso chi la dava per finito?
“No, il riscatto lo fai sull’anno precedente. So che il prossimo anno devo migliorare questo, che è stato bellissimo. Abbiamo battuto la Roma, il Milan in trasferta, due volte l’Inter. Poi i derby, un’atmosfera straordinaria, specie quando vinci, e lo abbiamo fatto due volte. Abbiamo sconfitto il Torino in casa. Speriamo di batterlo di nuovo sabato. Per i tifosi della Samp è una partita speciale, la vivono come un derby”. 
Cosa le piace del Toro?
“Il potenziale da big, in attacco e a metà campo. Dalla difesa in su sanno dare tutti del tu al pallone. Una squadra diversa dalla storia del Toro. Non che non abbia carattere, ci pensa Mihajlovic, che stimo molto. Ma è molto spagnola, con grandi qualità, grandi individualità, cerca sempre di costruire. Qualità e carattere creano un mix staordinario. A un certo punto ha anche lottato per l’Europa. Non pensavo all’inizio di competere in una posizione con il Toro. Star lì è nota di merito per la Samp”. 
Con un Belotti trascinatore.
“Nel 2013 ero a Brescia, ho fatto un’amichevole con l’AlbinoLeffe. Non lo conoscevo, alla fine ho chiesto ai miei collaboratori: chi è? Mi aveva impressionato, mi piacque molto. Lui e Immobile sono due attaccanti verticali, quasi vecchio stampo. Fanno male nelle finalizzazioni, bella presenza in area. Segnare più di 20 gol in Italia non è da tutti”. 
Voi avete Schick.

 

“Quando è arrivato era ancora un giovane calciatore, ora ha acquisito la struttura del calciatore serio. Si vedeva che era bravo tecnicamente, pur se in modo ludico, fino a se stesso. Ha fatto miglioramenti straordinari. Vale una big? I numeri parlano per lui, 10 gol. E buona presenza. Il suo obiettivo ora è dare continuità”.
Ha allenato tanti giovani e tutti stranieri. E’ stato complicato?
“Sono recettivi. Capacità di adattamento migliore di noi italiani all’estero e un ottimo livello di attenzione. Guardano e imparano”. 
Da anziani come Quagliarella?
“Fornisce serietà professionale nel lavoro, fortificata da esperienza in grandi club. Ha portato affidabilità, gol, una leadership tecnica e carismatica”. 
Ha recuperato Muriel.
“Quando sono arrivato me l’avevano dipinto come uno anarchico, indolente. Grandi qualità e poco spirito di sacrificio. Oggi posso dire che è tutto il contrario, anche in questa fase che sta lavorando per rientrare”.
Sarri ripete che si vince grazie ai fatturati.
“Non vince chi ha il fatturato, ma ha più opportunità. Se io tiro dieci volte e tu tre, ho più possibilità, ma non è detto che io vinca. La Juve può prendere Higuain e Pjanic da Napoli e Roma, avversari diretti. Come ha fatto il Bayern con il Dortmund per Lewandowski e Hummels. Ma loro sono bravi, hanno fatturato e vincono. La Juve ha poi altre cose. L’appeal, la storia e uno stadio di proprietà che porta punti. Sei assuefatto quando vai lì. Hanno detto che ci siamo scansati, s’è scansato anche il Barcellona. Bisogna riconoscere i valori e in base a quelli giudicare”. 
Ma lo sbarco dei cinesi a Milano è un segnale dei tempi che cambiano.
“Se orari, calendari, anticipi, posticipi sono in funzione del fatturato, sei orientato verso un calcio business dove reperire fondi. Se tutto questo è aperto, è aperto anche agli investitori. Semmai in futuro non si deve pensare solo ai fatturati ma salvaguardare regole non scritte da rispettare. Certo, ci dicessero di giocare alle 6 del mattino… Occorre cercare la sintesi tra business e sport, altrimenti tutto diventa spettacolo”. 
Il possibile sesto scudetto della Juve è un bene o un male per la Serie A?
“Né un bene né un male, sono una macchina per vincere. Non è semplice conquistare sei scudetti, posso capire i primi dopo il purgatorio, ma poi cambiare giocatori e vincere… Ad Allegri ogni tanto rompono le palle. Lo fanno a uno che sta per arrivare al terzo scudetto, che in Champions è andato in finale e ora è in semifinale. Di cosa parliamo? Riusciamo ancora fare le pulci, a volte siamo fuori delle dimensioni. Se sono sempre lì, avranno grandi meriti. Bisogna studiarne il dna”. 

 

Quando ha conosciuto Allegri?
“A Pescara, lui era tornato per giocare e io ero nello staff di Galeone. E’ una persona talmente intelligente che percepisce le cose un attimo prima. Merita il posto che occupa e la carriera che sta facendo. E’ diventato un fuoriclasse, si è migliorato sempre. Il nostro è un mestiere difficilissimo ma è talmente bello sul piano della passione che sopporti tutto il difficile”. 
Più che da Galeone, lei è partito da Delneri.
“Ha un concetto dello stare in campo in funzione di spazio e palla, non dell’avversario. Ho seguito Spalletti e Prandelli. Se potessi stare fermo un anno guarderei un grande allenatore al mese. C’è sempre qualcosa di interessante per il tuo modo di pensare”. 
Ha un modello di società?
“La Juventus, ti contano anche i peli… La società migliore è quella che mette il tecnico nella condizione di lavorare bene sul campo. Può pensare solo ad allenare, il resto lo risolvono i dirigenti. Il club forte è quello che non crea problemi ma li risolve”. 
Ferrero risolve?
“Abbiamo un ottimo rapporto. Dall’esterno è una cosa, a tu per tu è un’altra. E’ molto intelligente, si è appassionato al calcio pur non capendone, e lo dice. Viene dal cinema, il suo vissuto gli fa capire uomini e psicologie, gli bastano 5’ per comprendere l’interlocutore, una grande qualità. Non ci confrontiamo sui contenuti tecnici, ci sono altre figure per questo. Lui parla di azienda, che deve andare in certo modo. E ha l’idea di come fare le cose per bene”. 

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