Bruno Neri, la storia del mediano che decise di sfidare i nazisti

| 25/04/2017 08:40

Quella di Bruno Neri è la storia di un allora calciatore che decide di lasciare tutto per andare a salvare e proteggere il proprio paese. Era il 1944 e “Berni” (così era soprannominato) era stato nominato vicecomandante del Battaglione Ravenna. Il suo capo era “Nico”. Entrambi guidavano un gruppo di venti uomini, nascosti tra le montagne dell’Appennino tosco-emiliano. Il loro compito era recuperare ciò che gli aerei alleati lanciavano sul Monte Lavane.

La mattina del 10 luglio i due uscirono in perlustrazione. Videro i sacchi lanciati dagli alleati, fecero per avvicinarsi ma furono sorpresi da raffiche di spari. Cercarono di indietreggiare e guadagnare tempo, ma i nazisti li braccarono. Nessuna pietà, due colpi in testa e i loro corpi restarono sul selciato.

Neri, ha indossato anche le maglie di Livorno, Fiorentina e Torino

E pensare che all’inizio Bruno Neri fu semplicemente un terzino per poi diventare mediano. Oltre a quella del Faenza, suo luogo di nascita, indossò le maglie del Livorno, della Fiorentina, della Lucchese e del Torino: 219 partite in serie A, 3 presenze in Nazionale. Lui non era fatto per aspettare così scelse di giocare un’altra partita: mise la sua vita al servizio della libertà. L’ultima volta che lo videro in città fu il 7 maggio: allo stadio era in programma Faenza-Bologna, valida per il campionato di guerra Alta Italia. Perse 3-1, rientrò a casa, mise due stracci in un sacco, salutò e disse: “Vado a fare il mio dovere“.

Neri era una persona sveglia e risoluta, tanto da sfidare i “poteri forti” sempre a testa alta. Nel 1929 la Fiorentina lo pagò al Faenza diecimila lire. Il presidente viola, il marchese Ridolfi, voleva che la sua squadra fosse il simbolo del regime fascista che imperava. Fece costruire il nuovo stadio, quello che oggi è il Franchi, e lo intitolò a Giovanni Berta, spietata camicia nera della prima ora. Il giorno dell’inaugurazione tutti i giocatori, schierati al centro del campo, fecero il saluto romano rivolti alla tribuna delle autorità. Tutti tranne uno: Bruno Neri. Lui non condivideva, aveva altre idee e per queste idee sacrificò la sua vita per il proprio Paese.

Fonte: Gazzetta dello Sport


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