Quagliarella: “Credo di aver fatto un’ottima carriera ma forse potevo fare di più”

| 23/04/2017 12:50

Fabio Quagliarella, attaccante della Sampdoria, ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni di Sky Sport. Ecco quanto evidenziato dalla redazione di CM24: “Il mio lato sensibile l’ho sempre avuto, sono sempre stato una persona sensibile, però nel mio lavoro lo devi nascondere, perché bisogna sempre essere quadrati e pensare al sodo. Si hanno pochi momenti per trasmettere questa sensibilità. Quando poi c’è l’occasione viene fuori, non è studiata, viene naturale perché fa parte del proprio carattere”.

La scelta del numero 27: “Nasce da una storia di amicizia, un’amicizia nelle nazionali giovanili con Nicolò Galli, poi, come tutti sappiamo è venuto a mancare in un incidente stradale, e quando ho potuto in tutte le squadre in cui ho militato ho sempre portato il suo numero, perché lui quando giocava con il Bologna in Serie A aveva il numero 27, quindi io in suo ricordo porto con grande piacere questo numero. Era un ragazzo umile e forte, avrebbe fatto sicuramente una carriera eccezionale, però, purtroppo non ha avuto questa fortuna”.

Quagliarella: “Napoli? Ci hanno diviso ma nessuno lo voleva”

Sulla sua carriera: “Credo di aver fatto un’ottima carriera, forse potevo fare di più, sicuramente, me lo hanno detto in tanti. Però alcuni fattori me lo hanno impedito, poi con i se ed i ma non so dove sarei potuto arrivare. A Torino, avevo tredici anni, mi sono trovato in questa società che non conoscevo e che mi ha dato l’opportunità di migliorarmi e diventare prima uomo e poi calciatore. La seconda volta mi ha dato l’occasione, mi hanno richiamato in Serie B, abbiamo vinto il campionato e poi il Toro è fallito. Poi, la terza volta, è stata la gioia di poter ritornare al Toro e di poter dare il mio contributo disputando l’Europa League, ricordo che abbiamo vinto al San Mames dove nessuna squadra italiana aveva mai vinto. E poi, vincere il derby dopo vent’anni, da protagonista”.

“Napoli per me era un sogno”

“Mi aveva chiamato il mio procuratore dicendomi che forse c’era la possibilità che il Napoli mi volesse, avevo un giorno di tempo per decidere ma gli dissi che non c’era bisogno di aspettare, gli dissi subito sì. Napoli per me era un sogno. Amo la maglia e la città, per me era il massimo. Era bello tornare a casa. Avevo il poster di tutta la squadra del Napoli ma anche della Juve Stabia. Il cuore era gialloblu e poi azzurro, la domenica era sempre un evento emozionante sia al San Paolo che al Menti”

“Dopo l’estate parlai col presidente, gli chiesi qualche giorno in più di vacanza, andai in Polinesia e quando tornai, prima ancora di indossare la maglia azzurra, già c’erano pizze e caffè col nome mio. Ovviamente sapevo che avevo una grande responsabilità, rappresentavo per i tifosi uno di loro in campo. In squadra c’erano altri napoletani come Iezzo, Cannavaro, Vitale. Era bello essere in compagnia. Feci l’esordio a Palermo, poi la prima al San Paolo col Livorno: ero teso mentre arrivavo al campo, sudato senza muovermi, sapevo c’era una marea di gente. Mi dicevo: stai tranquillo, non inventarti nulla”.

Quagliarella: “Quando mi chiama mia madre e mi dice che il mio stalker è stato condannato non sapevo se ridere, piangere o dire…”

Periodo buio? Ringrazio chi mi ha aiutato ad uscirne fuori. Ricevevo lettere anonime e minacce di morte a me, mio padre e mia padre di qualsiasi tipo. Da lì è iniziato un incubo, è venuta a mancare la serenità nel giocare, per me era un’ossessione, poteva essere stato chiunque a mandarmi quelle lettere. Ripensarci fa male, è come riaprire una ferita. Ho trovato una forza interiore che forse neanche io pensavo di avere. È grazie alla mia famiglia se ho resistito”.

“Nei miei confronti il tifoso napoletano mi ha sempre dimostrato tanto amore, forse anche troppo per quel che dimostravo in campo. Mi amavano e ancora mi amavano, ci hanno diviso ma nessuno lo voleva. Quando tutto è finito era venerdì 17 febbraio, lo ricordo benissimo. La notte prima della sentenza non ho dormito, arriva il giorno e la sentenza c’è nel pomeriggio dopo il mio allenamento. Aspettavo con ansia messaggi da mio padre. Quando mi chiama e mi dice che il mio stalker è stato condannato non sapevo se ridere, piangere o dire “afamm….”. Ora finalmente posso parlarne e dire quello che ho vissuto. Sono stato tempestato di messaggi di amici, i tifosi mi chiedevano scusa ma loro non potevano saperlo”.


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