Gamberini spiega il suo libro su Tyson: “Anche nel calcio ci sono i violenti. Una volta ho avuto uno sputo da…”

| 08/04/2017 12:08

Gamberini su Tyson

È la storia di Mike Tyson, feroce e compulsiva in tutto. La racconta lui stesso nella autobiografia «True», incagliata nella sofferenza così come nella violenza, nel sesso, nell’alcol e nella droga. Alzando gli occhi, ci specchiamo nello sguardo di Alessandro Gamberini e pensiamo: «Cosa c’entra lui?». Invece, a 35 anni, il difensore del Chievo, si scopre addosso le cicatrici invisibili di chi conosce anche il lato oscuro del calcio.

Perché questo libro?

«Perché tutti sono bravi a giudicare, a puntare il dito, a fare i professori. Invece voglio provare a capire anche le persone eticamente discutibili. Leggendo, mi è sembrato quasi di instaurare un rapporto diretto con lui. Mettendosi così a nudo e raccontando episodi che non avrei mai immaginato, mi è parso di conoscerlo, di stargli accanto».

Alla luce di un’infanzia drammatica, l’ex campione dice che voleva sfondare «per diventare ricco e fare tanto sesso»: anche per questo si sceglie il calcio?

«Direi di no. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia solida alle spalle e sapevo che se non avessi sfondato avrei fatto altro, come mio fratello Alberto, diventato ingegnere meccanico e ora al reparto corse della Ducati. Ho giocato solo per passione. Pensi che, da bambino, vedevo i due mesi estivi senza calcio come una sofferenza».

Tyson aveva scelto di fare della violenza il suo marchio di fabbrica: ha mai conosciuto calciatori violenti di indole?

«Sì, non faccio nomi ma ce ne sono. Quando li ho avuti come compagni ho provato a scavare per sapere con chi avevo a che fare e ho scoperto storie alla Tyson. Nati poveri, abbandonati dai familiari, cresciuti in mezzo alla strada. Da avversari invece ho cercato di evitarli. Solo una volta, in campo, sono arrivato quasi allo scontro, ma poi ho fatto un passo indietro. E non per paura, solo perché basta perdere la testa un attimo per rovinarsi la vita».

Hai mai visto colleghi con una vita privata in stile Tyson?

«No, mai esistiti. Quello che racconta lui è sconvolgente».

C’è spazio anche per il morso all’orecchio di Holyfield: c’è stato un gesto di avversario che lei non può dimenticare?

«Sì, una volta uno mi ha sputato in faccia. Niente nomi, ma è anche un grandissimo calciatore, forse tra i più forti del campionato. Non me l’aspettavo. Ci sono rimasto così male che non ho detto niente, anche perché parlavamo lingue diverse. Comunque ancora oggi ci penso».

Immaginiamo che, come racconta Tyson per i pugili, gli insulti in campo abbondino.

«Meno di quello che si pensi. Anzi, fra noi spesso c’è molta solidarietà. Le racconto questo. Ha presente Ibrahimovic, vero? Alto, forte, veloce: con lui scontrarsi è inevitabile. Ebbene, una volta giocavo con una fasciatura al ginocchio perché avevo una piccola lesione al collaterale e un suo compagno mi fece una brutta entrata. Ibra arrivò e lo rimproverò, dicendogli di chiedermi subito scusa, e poi venne da me per sapere come stessi. Un bel gesto, no?».

Qual è stato il suo Cus D’Amato, cioè un allenatore che l’ha fatta crescere sotto ogni aspetto?

«Dico Carlo Mazzone, a cui ho dedicato un pensiero per i suoi 80 anni. Quando ero più giovane apparivo timido, introverso e la gente mi scambiava per cupo, solitario, distaccato. Per me era un problema, sembravo caratterialmente debole. Nello spogliatoio si scherza, si fa branco e se sei diverso puoi essere giudicato male. Io credo di essere rimasto vittima di qualche pregiudizio in questo senso, però Mazzone mi ha dato fiducia in campo e mi ha capito. Lo ringrazierò sempre».

Tyson è stato truffato da manager senza scrupoli. Anche intorno a voi girano sciacalli, vero?

«Verissimo. Pensi che a me, tra il 2010 e il 2011, mi hanno truffato due volte e ho perso quasi due milioni, riavendo indietro solo poca roba. All’inizio vorresti avere il pugno di Tyson, poi lentamente metabolizzi, ma perdi la fiducia in tutti. Non sapevo a chi rivolgermi per un aiuto. Si figuri che io mi vergognavo anche di dirlo ai miei genitori per non dare loro un dispiacere. Fu un periodo difficile. Ovunque mi voltassi prendevo schiaffi. Quello che mi ha fregato tra l’altro era il mio migliore amico, andavamo in vacanza insieme, invece era un parassita, uno dei tanti che abbiamo intorno, e noi calciatori siamo i loro polli. Entriamo da ragazzi in una giostra e crediamo di capire tutto, mentre in realtà non sappiamo niente.

Comunque sa una cosa? Un giorno mi piacerebbe rivedere chi mi ha fregato. Non porto rancore, mi piacerebbe solo sentire quello che hanno da dire. So che vivono felici perché, pur se condannati, risultano nullatenenti. Io sono lo sconfitto. Di sicuro avranno fatto sparire i soldi in qualche modo, però il vantaggio è che io la notte posso dormire sereno, mentre loro un giorno faranno fatica a farlo».

Lei ha mai sperperato i suoi soldi come «Iron Mike»?

«No, mai. Tra i calciatori invece c’è il gusto del lusso sfrenato. Capisco che ti piacciano orologi o gioielli, ma perché ostentare? Non lo sopporto, è una mancanza di rispetto. Come se non si rendessero conto del mondo in cui stiamo vivendo».

Nel libro, tra i rischi ci sono anche quelli che derivano da donne a caccia di soldi. Le è mai capitato di sentirsi “il Coglione”, come si autodefiniva Tyson pensando al rapporto con la sua prima moglie?

«Sì, mi ci sono sentito. Siamo una categoria che piace e può togliersi tanti sfizi. È un argomento che affronto con fatica. Non mi sono mai sposato, ma ho avuto due figlie da due donne diverse e, se nel primo caso il tempo ha smussato gli angoli, nel secondo il rapporto è difficile. Per fortuna adesso ho una compagna straordinaria, Claudia, grazie a cui mi sono riavvicinato anche alla fede. E poi ho le mie due bambine, Matilde e Ginevra: non saprei come vivere senza di loro. Per questo tremavo quando nel libro Tyson raccontava della morte di sua figlia Exodus. Se succedesse a me, impazzirei».

Stava per impazzire anche quando ai tempi di Calciopoli un dirigente della Fiorentina, credendo di essere spiritoso, le disse: «Ti porto a giocare a Crotone».

«Sì, me lo tolsero dalle mani. Quell’anno avevamo conquistato la Champions e la prima sentenza ci aveva condannato alla Serie B per colpe che noi calciatori non avevamo. A quel punto tanti volevano andare via e quella manifestazione molti di noi non avrebbero avuto mai più modo di giocarla».

Più marcio il mondo intorno alla boxe o al calcio?

»Con i soldi che girano sui match e le tante organizzazioni, direi la boxe. Nel calcio, in fondo, c’è la passione dei tifosi».

Dalle cronache di questi giorni, pare anche non disinteressata per qualcuno che lo fa di professione.

«Io non ho mai avuto un rapporto diretto con le tifoserie ed è un pregio. Ricordo che quando arrivai a Napoli, alla presentazione fecero parlare a me e Behrami con dei rappresentanti della tifoseria che ci dissero: “Non ci interessa che facciate i tunnel o segnate in ogni partita tre gol, l’importante è che sappiate che rappresentate una grande città. Perciò rispettate la maglia e fate i professionisti”. Lo abbiamo fatto e ci hanno voluto bene anche per questo».

Come mette la Juve sul podio finale della Serie A?

«Al 1° posto, ovvio, davanti a Napoli e Roma. Giocando contro queste tre, se potessi, toglierei a ciascuna Higuain, Hamsik e Salah».

Il libro si chiama «True», cioè «Vero»: lei quanta verità ha detto nelle sue decine di interviste in carriera?

«Solo una parte, perché nel calcio bisogna usare anche diplomazia. Ma sto pensando da tempo di scrivere un libro per raccontare la mia storia. Credo che rimarrebbero sorpresi in tanti. E mi piacerebbe davvero lasciarli a bocca aperta».

 

Fonte: Gazzetta dello Sport


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