Bayern Monaco, Rummenigge: Noi come la Juve? Ci sta. La superlega intriga ma sono tradizionalista

| 04/03/2017 08:18

Parla Rummenigge a Tuttosport

Dietro ai trionfi del Bayern Monaco, modello di organizzazione per tutti i top club europei, c’è un tedesco un po’ italiano Karl-Heinz Rummenigge. L’ex attaccante di Inter e Bayern, direttore amministrativo della società, è il motore dei bavaresi di Carlo Ancelotti.

Rummenigge, con il Barcellona quasi eliminato, Bayern, Juventus e Real Madrid sono le favorite per la Champions: concorda?

«Prima di tutto vogliamo qualificarci ai quarti. Il 5 a 1 dell’andata contro l’Arsenal è un risultato favorevole, ma martedì, a Londra, dovremo essere bravi a chiudere i discorsi. In Champions bisogna ragionare un passo alla volta».

A meno di clamorosi ribaltoni, voi e la Juventus passerete il turno. Dopo il combattuto ottavo dello scorso anno spera di incrociare i bianconeri solo in finale?

«Andiamo ai quarti, poi si vedrà… Le big vogliono sempre incontrarsi tra loro il più tardi possibile e quindi mi auguro di incontrarli molto più avanti. Non abbiamo dimenticato le partite della stagione passata. Due sfide interessantissime, dove abbiamo avuto anche un po’ di fortuna: a Monaco sembrava persa, ma alla fine siamo riusciti a riaprirla e passare il turno».

Si parla poco del Manchester City di Guardiola…

«Io lo considero, perché conosco bene Pep: è un grande allenatore. Guardiola ha raggiunto risultati al Barcellona, al Bayern e farà bene anche in Inghilterra. Guai a sottovalutarlo. City-Monaco è stata una partita spettacolare e mi aspetto un ritorno altrettanto divertente”.

«Sì, mi sento spesso con Guardiola. Qualche settimana fa ha fatto un blitz a Monaco con la famiglia e ci siamo presi un caffè nel mio ufficio. Conservo un ottimo ricordo di Pep. Oltre ai trofei, ha lasciato una eredità importante: estrema professionalità, visione fruttuosa del calcio e grande amicizia».

«Negli ultimi 6-7 anni siamo stati fortunati come allenatori al Bayern. Abbiamo avuto Van Gaal. Heynckes ha centrato la tripletta e dopo è arrivato Guardiola, che aveva il peso e le pressioni dell’annata precedente in cui si era vinto tutto. Di Ancelotti siamo molto contenti: abbiamo un ottimo feeling e marciamo spediti in tutte le competizioni. Carlo e Pep, seppur diversi tra loro, sono due top allenatori. Guardiola è un grande tecnico molto emozionale. Ancelotti è un grande tecnico molto tranquillo.

E’ totalmente sereno, Carlo: è uno che non si lamenta di nulla. Io e lui parliamo in italiano, ma sta migliorando anche col tedesco. Quando andiamo a cena, invece, è un po’ come ci invertissimo: lui predilige i piatti bavaresi, tutti abbastanza pesanti, tipo lo stinco di maiale. Io a tavola sono più italiano: adoro la pasta e le vostre mozzarella e pomodoro. Abbiamo un gran rapporto e lui mi dà la sensazione di trovarsi molto bene da noi».

Ancelotti, niente Barcellona?

«No. Chi, come Carlo, ha allenato il Real non potrai mai andare al Barça e viceversa».

Della Juve si dice che sia il Bayern d’Italia e voi passate per essere la Juve di Germania: ci sta il paragone?

«E’ giusto. Noi abbiamo vinto quattro campionati di fila, loro addirittura cinque. Entrambi siamo ben messi per allungare la striscia e in Europa abbiamo raggiunto livelli top. Quando Andrea Agnelli, artefice della rinascita juventina post Calciopoli, è diventato presidente si è ispirato molto alla Germania, al modello Bayern e al nostro modo di interpretare il business. Noi non siamo come le inglesi e le spagnole.

E soprattutto dobbiamo gestire le società in modo indipendente, senza sceicchi o oligarchi che paghino i conti. Andrea apprezza la nostra indipendenza. Abbiamo un bel rapporto. Agnelli è stato bravissimo a riportare la Juve dove merita di stare. E’ molto professionale e si è scelto collaboratori altrettanto capaci, come Marotta e Paratici. Essere bravi a scegliere le figure professionali è una qualità fondamentale, perché poi alla fine la responsabilità finale è del presidente».

La Superlega avanza?

«Rispetto ad Agnelli , io sono più tradizionalista e legato al calcio “classico” da questo punto di vista. Il progetto Superlega è interessante, però non possiamo pensare solo al business. Lo slogan della Fifa è “We care about football”, però nella realtà il calcio viene dopo gli interessi politici e finanziari.

Espandersi ed evolversi è fondamentale perché se la gente va allo stadio siamo tutti felici, in caso contrario è un problema per tutti. Se la Juventus partecipasse alla Superlega mi chiedo come sarebbe la Serie A senza il derby di Torino o senza Inter e Milan o la Roma… Di fatto una Serie B».

Visti i tanti colpi di mercato a basso costo (Pirlo, Pogba, Coman…) non ha mai pensato di portare Marotta e Paratici al Bayern?

«No. Per due motivi: a livello di mercato e scouting siamo attrezzati e i nostri dirigenti conoscono molto bene quelli della Juve. Tra i due club c’è una bella amicizia».

Però…

«Se ripenso a Pirlo devo ammettere che è sempre stato un mio pallino. Personalmente lo considero un giocatore speciale. La Juventus è stata bravissima con lui. Tutti pensavano fosse al tramonto, invece è stato decisivo per altri 4 anni a Torino. Un gran colpo. E dire che Tinti, il procuratore di Pirlo, lo aveva consigliato anche a noi.

Ci conoscevamo bene perché era l’agente anche di Toni. Comprare un 32enne, come era Pirlo nel 2012, non rientra nella politica del Bayern. Ma nel suo caso si poteva fare una eccezione…».

Toni è ancora un idolo in Baviera?

«E’ amatissimo. Anche Luca mi chiama spesso. Adesso che è dirigente mi chiede qualche consiglio… Il mio ufficio è sempre aperto. E tutti i nostri campioni hanno accesso gratuito allo stadio».

I buoni rapporti con la Juve si vedono anche nel mercato: Vidal, Coman, Benatia…

«Arturo lo volevamo da anni, ma il Leverkusen preferì cederlo alla Juve pur di non vederlo da noi. Al primo spiraglio sono riuscito a ingaggiarlo. E’ uno degli acquisti di cui vado più orgoglioso. In campo è una garanzia, ma è una figura importante pure nello spogliatoio. Da noi è contento, però conserva un ottimo ricordo degli anni juventini».

In Italia Vidal ha giocato ad alto livello, però aveva l’etichetta di calciatore un po’ “nottambulo”.

«E’ cambiato. Da quando è qua nessun caos con lui o a causa sua».

Coman lo riscatterete?

«L’opzione è valida fino al 30 aprile. Al rientro dall’Europeo ha avuto qualche difficoltà. Ma ultimamente è tornato sui suoi livelli. Con molta probabilità lo riscattiamo».

Benatia è in prestito alla Juventus e sta giocando poco: preoccupato?

«Il giocatore non si discute, purtroppo è stato penalizzato da qualche problema fisico. In ogni caso penso che resterà a Torino. Con la Juve abbiamo un accordo abbastanza chiaro».

Mandzukic, ex Bayern pure lui, da quando si è sacrificato a fare l’ala è diventato l’idolo dei tifosi.

«Non sono sorpreso. Conosco Mario, è uno che per la squadra fa sempre tutto, lo ha fatto pure da noi, in modo particolare l’anno del Triplete. Il nuovo ruolo mi ha incuriosito, ma devo dire che lo interpreta come mi immaginavo: lottando per la squadra. E’ una belva».

Nostalgia di Mandzukic?

«E’ stato lui a voler lasciare il Bayern perché non aveva un buon rapporto con Guardiola. Di Mandzukic non dimenticherò mai il gol segnato in finale di Champions. E pure i caffè nel mio ufficio. Non è uno che parla tanto… Ma è un croato dal cuore caldo, ogni tanto ha bisogno di essere calmato con due chiacchiere».

La Juventus ha appena vissuto il caso del battibecco Bonucci-Allegri.

 

«Sono cose che succedono. A noi capitò anche con Mandzukic. Mario discusse con Guardiola e Pep non lo convocò per la finale di Coppa di Germania. Gli allenatori top devono avere anche gli attributi. Per fortuna vincemmo… (risata)». Questa l’intervista di Rumenigge.


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